Slogan rabbiosi, pugni chiusi e bimbi in corteo

Scuola in fermento: da Roma a Genova fino a Napoli i &quot;baby-scioperanti&quot; sono un salto di qualità che dovremmo risparmiarci. Mariastella Gelmini: &quot;C'è stata troppa disinformazione, sento il dovere di fare qualcosa per modificare lo status quo&quot;. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani" target="_blank"><strong>&quot;Okkupazioni&quot; e proteste: dì la tua</strong></a>

Non è facile parlare di bambini. Serve delicatezza, ma ancora di più serve rispetto. Per una volta, noi adulti dovremmo riuscire a parlarne al di fuori e al di sopra delle nostre coloriture, dei nostri schieramenti, dei nostri giochi politici. Il tema, molto semplice e molto scarno, è di stringente attualità: ha senso, in questi giorni di ruvida contestazione stradale, mandare avanti i bambini? È poi così normale portarseli in corteo, cartellonarli sotto slogan rabbiosi, invitarli al coro col pugno proteso, dotarli di megafono?

Se la questione viene sollevata dalla Gelmini, che è di parte e non ha figli, risulta troppo facile liquidarla come strumentale e interessata. Ma la circostanza vuole che questa non sia una fissa della Gelmini. È un problema molto più serio. È possibile affrontarlo, per un attimo soltanto, nell'esclusivo e superiore interesse degli innocenti?
Io lo so che sollevare l'eccezione significa tirarmi addosso gli insulti di mezza Italia. Non importa. Non si può accettare che certe scene passino inosservate. Che siano vissute come tranquille e normali. A costo di passare per un papà dell'Ottocento, o per uno spirito da Giovane Marmotta, lo voglio dire forte: quei bambini in corteo, nelle giornate della guerra alla Gelmini, sono uno spettacolo tristissimo. Non lo dico per la Gelmini: in questo momento non me ne importa nulla della Gelmini, della sua riforma, del grembiulino, del tempo pieno, dei tagli e delle frattaglie di questa scuola eternamente sinistrata, così come non mi importa nulla dei contenuti nobili e meno nobili della contestazione. Non è di questo che voglio parlare, non è in queste feroci battaglie ideologiche che voglio farmi trascinare. Il tema è un altro, molto più alto e molto più fragile. I bambini in piazza, a quel modo, sono un salto di qualità che dovremmo risparmiarci. Soprattutto, che dovremmo risparmiare loro.

Eppure, a Roma come a Genova, a Bologna come a Napoli, la grande novità della contestazione studentesca sta proprio nei baby-scioperati. A Milano le bambine sfilano mostrando cartelli molto più grandi di loro, non nelle dimensioni: «Blocchiamo il decreto, occupiamo tutto». Stanno lì, davanti o in mezzo ai cortei, mentre attorno gli studenti di università e superiori fanno il loro mestiere, il mestiere di sempre, il mestiere di tutte le giovani generazioni, cioè lanciare petardi, imbrattare vetrine, insultare ministri.
Allora, mammine evolute che per le creature cercate la merendina «bio» e lo zainetto-trolley: siamo sicuri che l'esperienza del corteo sia così edificante? Com'è che a questi nostri piccoli cerchiamo di risparmiare qualunque esperienza troppo forte, mentre ci va benissimo che sfilino assieme ai ventenni nel pieno esercizio della ribellione ormonale?

Inutile specificare: poco da ridire sulle iniziative inventate negli ultimi giorni, come le notti bianche a scuola, tra pizze al trancio, giochi di gruppo e disegno libero, mentre i dibattiti impegnati stanno sullo sfondo, là in fondo, dentro la palestra, con genitori e maestre. Per i bambini, se non hanno a che fare con adulti fanatici e incoscienti, l'esperienza si risolve più o meno in un simpatico gioco.
Altra cosa, tutta un'altra cosa, è il corteo. Se non ricordo male, noi siamo quelli che giustamente compatiscono i nostri padri per quei loro avvilenti sabati in divisa da balilla, tanto tempo fa. Siamo quelli che giustamente provano un sano odio per tutti i regimi subdolamente impegnati nell'indottrinamento dell'infanzia, nel Sud come all'Est del mondo. Cioè: siamo quelli che doverosamente, civilmente, sensibilmente si ribellano all'uso improprio, qualunque uso, dei bambini. Improvvisamente, in queste ore, la nostra tremula ipersensibilità evapora, in nome di una battaglia ritenuta decisiva e fondamentale. Nessuno lo discute, che sia fondamentale: il problema è se sia accettabile mandare avanti i bambini. Solo questo. Sarò di un altro tempo e di un altro pianeta, ma secondo me no, non è accettabile. Resto dell'idea che i grandi debbano fare i grandi e i piccoli debbano fare i piccoli. Senza nessuna accelerazione. Senza ambigui scambi di ruoli.

Conosco già in anticipo, e chiederei di risparmiarmele, tante obiezioni. Ne ricordo solo qualcuna: i bambini d'oggi sono molto meno tonti di noi alla loro età, i bambini d'oggi sono bombardati di cose ben peggiori con certa televisione. Confermo. Non ho alcun problema. E non penso che i bambini debbano sempre giocare con la Barbie o con le macchinine. Che debbano crescere con l'idea - l'illusione - di un mondo in simil Walt Disney. Però vediamo di non confonderci con i termini. Sbaglio o le nostre mamme d'oggi, a Natale, piantano il muso allo zio che si ostina a regalare pistole e fucili? Ci sarà un motivo, se pensiamo che comunque le armi, per quanto giocattolo, vadano tenute lontane dall'educazione dei nostri figli...

Torno allora cocciutamente alla domanda: siamo sicuri che sfilare in questi cortei, tra cori belluini e petardi al Provveditorato, sia così innocuo e giocoso? Prima però di rispondere a questa domanda, forse sarebbe utile e salutare rispondere onestamente a un'altra, che in definitiva le sovrasta tutte quante. Questa: portandoli in corteo, stiamo facendo il loro bene o il nostro interesse?
Io una risposta ce l'ho. Non sto a ripeterla. Colgo solo l'occasione per ricordare un'antica teoria: i bambini sono una cosa bellissima, il guaio è che col passare del tempo diventano genitori.