Slogan ritriti e «volti nuovi», come Cossutta

Difficile dar torto a Carlo Fidanza, «anche quest’anno non si è fatto un passo avanti verso una reale pacificazione e una memoria condivisa». Anzi, osserva il capogruppo comunale di An, «il 25 aprile, anno dopo anno, perde di interesse perché al di fuori della solita retorica resistenziale non si vuole fare i conti con la verità storica, con le pagine buie della guerriglia partigiana e con l’eredità di chi voleva abbattere il fascismo per sostituirlo con una dittatura comunista».
Valutazioni dettate al cronista mentre i 25mila sfilano lungo corso Venezia e appare chiaro che il 63º compleanno è simile al 62º, al 61º e persino al 60º. Idem scenario, con i passanti che applaudono gli autonomi inneggianti alla «Palestina libera e rossa» e la pasionaria rossa Franca Rame che, bontà sua, come nel 1994 confida di sentirsi «meno disperata dopo la vittoria di Silvio Berlusconi» perché «c’è tanta gente che batte le mani e che si bacia». Tutto uguale, la solita festa di parte dove, senza tema di smentita, abbiamo contato quattro tricolori, ovvero una goccia nell’oceano color rosso sangue che ha fatto da sfondo al 25 aprile. E di bandiere che non c’entrano nulla con la manifestazione della liberazione, be’ ce n’erano anche stavolta: vessilli arcobaleno, dell’Irak, di Cuba e del Che mischiati a quelli con le insegne palestinesi. Bandiera, quest’ultima, di vera sofferenza per la comunità ebraica milanese che, per il quinto anno, partecipa al corteo sventolando la stella di Davide in campo blu. E anche quest’anno per il manipolo di coraggiosi della Brigata ebraica è una partecipazione sotto scorta.
Già, il 25 aprile non unifica ma divide. Non una festa di piazza, di strada - con anziani e giovani, famiglie e solitari - ma un serpentone dove la sinistra mostra il suo punto di partenza e di eterno arrivo: il giacobinismo, il corteo, il ciarpame retorico. E così la sofferenza pagata col sangue del 25 aprile, il suo indubbio valore morale diventa esempio di faziosità con obiettivo «il neoduce Berlusconi che tiriamo giù». Slogan pavlovianamente ripetuto che rimbomba in corso Vittorio Emanuele, dove c’è chi osanna Filippo Penati come fosse un «nuovo liberatore» e inneggia a Armando Cossutta come fosse un volto nuovo della politica nazionale.
Dettagli cari a chi, in piazza Duomo, ascolta la retorica pomposa e vacua di Giorgio Bocca che va di pari passo con quella di Tino Casali: girotondini d’essai, antagonisti da librerie Feltrinelli, e comunisti, ex comunisti, postcomunisti, sindacalisti e anziani militanti dello Spi-Cgil. Quelli che, pure stavolta come in passato, assordano Milano, non avendo altri argomenti, con i cori di «Bella ciao» e l’antifascismo militante che alla bisogna ripescano dalla soffitta.
C’è però nella marmellata del 25 aprile una nota positiva: almeno quest’anno non hanno bruciato né la bandiera d’Israele né quella Usa. Per il resto tutto come da copione, naturalmente. Anche l’invito alla «lotta metropolitana» contro «leghisti e fascisti», perché «il 25 aprile non è di tutti».