Lo smacco più cocente per Romano: lo sfratto gli arriva dai giornalisti

Sconcerto e rabbia nello staff del Professore: "Avevamo capito che ci sarebbe stata una mossa a sorpresa perché per due giorni Clemente non si è fatto trovare. Ma non potevamo immaginare che la sua lettera sarebbe arrivata dopo l’annuncio"

Roma - «Caro amico ti scrivo...», la colonna sonora del giorno più infausto per Romano Prodi è di Lucio Dalla, anche se in verità c’era poco da distrarsi ieri, però è vero che «siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò». Caspita se rimbomba forte la lettera di Clemente Mastella al premier, da spaccargli i timpani. I timpani e ancor più l’orgoglio, se non ha trovato di meglio che lamentare come il colpo di grazia, la pugnalata, la chiusura della canna del gas o le altre cento espressioni che han preso a frullargli nella mente di fiera presa nella rete, l’abbia appreso dai dispacci di agenzia prima ancora di ricevere la lettera che il leader di Ceppaloni aveva dato come già inviata prima di presentarsi in conferenza stampa. Astioso ma anche permaloso, quasi volesse far credere che il siluro non lo ha colto di sorpresa, è il commento ufficioso diffuso da Palazzo Chigi a sera. «Avevamo capito che ci sarebbe stata una mossa a sorpresa, perché per due giorni Mastella non si è fatto trovare da Prodi», è l’esordio mirato a suscitare riprovazione per il comportamento sleale e poco clemente di Mastella, poi la stilettata di sufficienza offesa: «Potevamo immaginare qualcosa del genere, ma non certo di leggerlo sulle agenzie. La lettera è infatti arrivata dopo».

Ma via, qui arriva tutto dopo, anche le ordinanze d’arresto oltre ai treni e ai pacchi postali, solo la lettera di sfratto per Prodi doveva arrivare prima che ne fosse informato il popolo sovrano? Gran brutto giorno per il prof bolognese, quello di ieri. Più nero e buio di quel 9 ottobre del 1998, che almeno lo risvegliò allegro e baldanzoso, il fido Arturo Parisi gli assicurava che «i numeri ci sono», a sufficienza tale da far restare a Milano l’Irene Pivetti, fresca di parto: «Fa la mamma», l’aveva tranquillizzata il sottosegretario ora ministro della Difesa, guadagnandosi così l’appellativo di Alì il chimico. Il colpo fu improvviso e rapido come una lama di ghigliottina, del tutto inatteso. Prodi cadde per un voto in trenta secondi, e il dolore di un fulmine si sopporta meglio della graticola, se non t’ammazza sul colpo.

No, questo 21 gennaio di dieci anni dopo è stato lungo, cupo e insopportabile per il premier che soffre e s’offre, s’ostina a rifiutare l’ex. Supplizi interminabili come quelli patiti da Sant’Agnese, vergine e martire festeggiata proprio ieri dalla Chiesa romana, che almeno era confortata dalla grazia divina nel suo calvario. Prodi proprio vergine non può dirsi, e proprio ieri ha invece incassato la «scomunica» della Chiesa col cardinal Bagnasco a rivelare che «sono state le autorità italiane a suggerire a quelle vaticane di annullare la visita del papa alla Sapienza». Vedi che gli dei accecano coloro che han dannato? Peggio di Lutero, Prodi ha fatto rispondere con una nota secca e sdegnata: «Il governo italiano non ha mai suggerito alle autorità vaticane di cancellare la visita di papa Benedetto XVI all’università la Sapienza». Pur se il portone dove ha inchiodato la sfida non è quella del duomo di Wittemberg ma del più prosaico Palazzo Chigi.

Mai, sfidare apertamente il Cupolone, il potere d’Oltretevere è inarrestabile, la lezione dei Dico avrebbe dovuto insegnargli maggior prudenza. Ma quando la giornata è infausta, non c’è saggezza che possa salvare. E ieri, prima della bolla pontificia, già Prodi s’era svegliato col Financial Times che lo definiva «nuovo zar della spazzatura», per poi vedersi servire a pranzo la mattonata dell’Eurispes, con un sondaggio che rivela come gli italiani nutrono sempre meno fiducia nella politica e nelle istituzioni: solo un cittadino su quattro, appena il 25% dunque, ha fiducia nel governo; l’anno scorso era ancora il 30% degli italiani a fidarsi di Prodi e della sua squadra, e il crollo verticale della fiducia, denuncia l’Eurispes, «si registra soprattutto tra chi si dichiara di sinistra e di centrosinistra».

Dagli altari alla polvere, come dieci anni fa ma assai più dolorosamente. Marx insegna che quando la storia si ripete finisce in farsa, e dopo la tragica, nobile caduta di prodi nel ’98 è grottesco e penoso vederlo ora trascinar le esequie sperando in una resurrezione impossibile, arrampicarsi sui vetri per sentirsi vivo, resistere nella fossa come fosse una trincea. La lievità di quella lettera firmata dal caro amico poco clemente è che oltre al ritardo del postino, s’è aggiunto quello dello stesso Prodi, che ha dovuto attendere per leggerla poiché stava ricevendo Ramos Horta, presidente di Timor Est. Per sua consolazione non è l’ultimo statista straniero che incontra, domani bussa a Palazzo Chigi Hashemi Samareh, uomo di fiducia del presidente iraniano Ahmadinejad.

Peccato per il viaggio in America invece, è estremamente improbabile che Prodi possa incontrare Bush il 4 febbraio alla casa Bianca. Ma la beffa delle beffe è che la veglia funebre, ieri sera, siano andati a fargliela quelli del Pd, per la prima volta tutti insieme appassionati, intorno al padre fondatore.