Smascherato il bluff del «modello Roma»

Gianfranco Fini sarà presidente della Camera dei deputati, Gianni Alemanno è il nuovo sindaco di Roma. I due eventi hanno rilevanza storica. Partiamo dal primo: nessun esponente della destra, prima del leader di An, era salito sullo scranno più alto di Montecitorio. Avevamo avuto presidenti comunisti, post-comunisti, finanche leghisti, ma mai un ex missino aveva occupato la terza carica dello Stato. Con quest’elezione il percorso di Fini potrebbe essere giunto a una simbolica conclusione: lo sdoganamento delle idee e degli uomini di un partito che per troppi anni è stato tenuto ai margini della legittimazione etica e politica di questo Paese. Fini sarà il presidente di tutti, svestirà, cioè, i panni del politico di parte che ha indossato nel corso della sua lunga militanza. Allo stesso modo, Alemanno si è presentato come il sindaco di tutti i romani, anche di coloro che hanno preferito votare l’esponente del Pd. L’affermazione di Alemanno è senza dubbio la più sorprendente di questo scorcio di stagione. Alla vigilia delle politiche, in pochi avrebbero scommesso sulla sconfitta di Rutelli. Ma, evidentemente, l’effetto traino del Pdl, unito al degrado delle periferie della capitale - diventate ultimamente scenari di feroci aggressioni - ha consentito a chi, come Alemanno, il tema della sicurezza ce l’ha nel Dna, di spuntarla sul proprio avversario, anche con un distacco notevole. L’affermazione di Alemanno è storica non solo perché l’ex ministro delle Politiche Agricole è il primo esponente di Alleanza Nazionale a governare Roma, ma anche perché essa coincide con il disfacimento di una fitta rete di interessi, a volte clientelari, attraverso cui il centrosinistra per ben 15 anni ininterrotti ha potuto governare la città, esercitando un potere non sempre benefico per i cittadini. Con Alemanno si apre, dunque, una nuova stagione, incentrata su una maggiore sensibilità verso alcune delle problematiche più trascurate dalle precedenti amministrazioni: sicurezza e solidarietàAngelo Cennamo e-mail


A parte quel «problematiche» (possibile che non esistano problemi, ma solo problematiche? La sicurezza è un problema, non una problematica), sottoscrivo in pieno, caro Cennamo. Sì, la vittoria di Gianni Alemanno è motivo di molto giubilo anche perché non chiude, ma condanna senza possibilità di appello l’impostura del «modello Roma», fiore all’occhiello del veltronismo politico e antropologico. Modello rappresentato dall’effimero, dal relativismo culturale, dal primato dell’etnico, dalle notti bianche e dai salotti rossi, dai brunch al De Russie e la pajata dal buiaccaro al Testaccio, dal ciabattume chic della società civile capitolina con le sue Verusio e le sue principessine bionde, i suoi intellettuali côté Capalbio e côté Sabaudia. Tutte e tutti perentoriamente versati - mi scusi il linguaggio, caro Cennamo, ma altro termine non mi viene - al cazzeggio indolente e inconcludente. Una Roma, quella del «modello Roma» dei Veltroni e dei Bettini, cinematografara, di cartapesta, non a caso la stessa che nel film «La terrazza» Ettore Scola - ed è trascorso un quarto di secolo - prese spietatamente per i fondelli, ma che persino una persona ragionevole e smagata come Mario Pirani arriva a magnificare per «la decisiva importanza dei risultati raggiunti che conferma, su una scala assai più vasta, le potenzialità enormi di una scelta capace di ridare speranza». Potenzialità enormi. Ridare speranza. Giudizio profetico alla luce dei risultati di lunedì scorso.