Sme, condannato Previti. «Un’esecuzione»

Sul ricorso alla Suprema Corte incombe però la prescrizione, che scatterà a ottobre

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Nessuna attenuante all’incensurato Cesare Previti. Nessun problema di competenza territoriale per giudici romani che sarebbero stati pagati nella capitale per ignoti procedimenti avviati nell’Urbe. Nessuna questione poi, di dubbio o ricerca, sulla grande accusatrice, quella Stefania Ariosto che appena qualche giorno fa ha indicato in Vittorio Dotti, all’epoca grande antagonista di Cesare Previti, il suggeritore delle accuse proprio contro Cesare Previti.
I giudici d’Appello sgusciano da una situazione scivolosa, come può essere un processo dagli innegabili riflessi politici, replicando nel processo Sme la condanna di primo grado inflitta due anni fa. Così Previti è stato condannato per corruzione a 5 anni, l’avvocato Attilio Pacifico a 4 anni. Cinque anni di carcere per il bonifico «estero su estero» da 434mila dollari partiti da un conto di una società off shore e finiti al giudice Renato Squillante. «Compensazioni», diceva Pacifico, «parcelle» ripeteva Previti, mentre la Corte d’Appello accoglie l’impostazione lasciata da Ilda Boccassini al sostituto procuratore generale De Pretis e conferma la sentenza sul bonifico mentre smentisce il Pool sul grande teorema, che vedeva Berlusconi pagare tramite Previti per aggiustamento della causa civile per evitare che andasse in porto l’accordo Iri-Buitoni per la (s)vendita del colosso alimentare pubblico Sme.
E diventa marginale la smussatura, con una riduzione da 8 a 7 anni, della condanna all’ex capo dei gip di Roma, Renato Squillante, al quale viene riconteggiato la somma tenendo conto delle attenuanti. Dallo studio di via Cicerone a Roma, dove Previti attende la sentenza, parte la replica. Feroce. «Rispetto questa sentenza - reagisce - come si rispetta un colpo di pistola, un’esecuzione pianificata. Dovrei essere sorpreso di una condanna che arriva al termine di un processo partito da un teste integralmente falso che addirittura recentemente ha confessato di essere stato imbeccato ed eterodiretto come io sostenevo da 10 anni, un dibattimento fondato su un fascicolo di prove inesistenti, inventate dal quale sono scomparsi atti e documenti molto importanti in grado di dimostrare la mia assoluta innocenza». «Non sono meravigliato - prosegue l’ex ministro - perché da anni subisco dei “non processi”, dove ho avuto solo la parte del presunto colpevole... Naturalmente continuerò a battermi fino in fondo per ottenere ciò che finora nessuno mi ha dato: giustizia». In serata Previti è stato ricevuto a Palazzo Grazioli dal premier Silvio Berlusconi.
Il verdetto era nell’aria, addirittura anticipato giovedì pomeriggio dall’agenzia Apcom. Del resto i giudici avevano respinto ogni richiesta delle difese. Nessuna rinnovazione del dibattimento. Nessuna nuova testimonianza. Nemmeno quella dell’Ariosto dopo la chiamata in causa di Dotti, all’ultima udienza del processo parallelo per calunnia, dalla quale è uscita assolta. Solo qualche atto per correggere poi la pena di Squillante. La Corte è rimasta 4 giorni in camera di Consiglio, pranzi leggeri e succhi di frutta in un albergo a quattro passi dal Tribunale, smussando qualche iniziale divergenza per poi arrivare alla pronuncia. Confermate anche le prescrizioni per i figli di Squillante, Fabio e Mariano, accusati di favoreggiamento reale e il risarcimento alla Presidenza del Consiglio dei ministri, un milione di euro. Ora la Cassazione con il conto alla rovescia fissato sino al prossimo ottobre quando il processo andrà comunque in prescrizione. E la Suprema Corte viene già dai difensori: «Più che di commenti c’è bisogno di ricorsi» afferma Franco Patanè, avvocato di Pacifico. «Per fortuna che la Cassazione sta a Roma - rilancia Giorgio Perroni, legale di Previti -. Ricorreremo contro l’ennesima ridicola, ingiusta condanna a carico di Previti come spesso è accaduto in questi anni a Milano. Io non me l’aspettavo: elementi in fatto e in diritto che sono stati trascurati». Nel tardo pomeriggio è arrivato anche il commento di Stefania Ariosto: «Una condanna non mi dà mai gioia».