Sme, le toghe tentano l’ultimo assalto al Cavaliere

La Corte di Cassazione annulla l’ordinanza che dichiarava inammissibile il ricorso della Procura contro l’assoluzione dell’ex premier. E dà il via libera al processo d’appello

da Milano

Silvio Berlusconi torna davanti ai giudici di Milano per il caso Sme. Lo ha stabilito la sesta sezione della Cassazione che ha resuscitato il dibattimento di secondo grado. «Si vede - ironizza l’avvocato Gaetano Pecorella, difensore del capo dell’opposizione - che a Milano sentivano terribilmente la sua mancanza». In effetti, solo il 27 aprile scorso, la corte d’appello aveva speso una parola ritenuta definitiva per dire no al «ritorno» di Milano: Silvio Berlusconi era stato assolto dal tribunale, anche se per un capo d’imputazione con la concessione delle attenuanti generiche e la prescrizione, dunque in base alla legge Pecorella i giudici avevano consegnato la palla alla Cassazione. Doveva essere l’ultimo passaggio di una storia che si trascina da dodici anni, dalle rivelazioni di Stefania Ariosto nell’estate del ’95, ma quel che sembrava una certezza così non era.
In poche settimane la Consulta e la Suprema corte hanno azzerato la situazione. Prima, il 24 gennaio la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge Pecorella che aveva abolito l’appello in caso di proscioglimento dell’imputato. A questo punto, il boccino è arrivato ai giudici della Suprema corte.
E la Cassazione ha riaperto il procedimento e ha inviato le carte a Milano.
In soldoni, il collegio degli ermellini ha azzerato l’orologio della legge Pecorella ed è tornato alla situazione precedente. Almeno un’altra sezione della Suprema corte ha deciso in tutt’altra vicenda in un altro modo: ormai è tardi per far rivivere l’appello, meglio mettere la parola fine con una sentenza definitiva.
In aula Gaetano Pecorella e Nicolò Ghedini avevano anche proposto, fra le altre cose, di inviare le carte alle Sezioni unite per individuare un criterio di giudizio valido per tutti, ma così non è stato. Si andrà avanti in ordine sparso.
A Milano, invece, si procederà con celerità. Il 26 febbraio, in un calendario fittissimo, è prevista in corte d’appello la prima udienza del processo Sme, ma solo per gli aspetti civilistici e le richieste della parte civile. Ora quel dibattimento si fermerà in attesa delle necessarie notifiche e ripartirà fra qualche settimana anche sul versante penale.
«Devo notare - commenta Pecorella - che la Corte costituzionale e la Consulta hanno spianato la strada al ritorno dell’imputato Berlusconi a Milano. E la tempistica è impressionante: la decisione della Corte costituzionale è arrivata qualche settimana prima che la Cassazione discutesse il caso. Subito dopo, ecco pronta l’udienza del 26 febbraio a Milano per il processo resuscitato. Come si vede, per Berlusconi si fanno anche miracoli».
A qusto punto toccherà a Milano pesare le carte della vicenda Sme: «Ricordo - aggiunge Pecorella - che la Cassazione ha indicato la competenza di Perugia per il filone principale di questa storia e dunque ci aspettiamo che anche questo troncone sia spedito in Umbria». «In ogni caso, questa storia è uno spreco di soldi pubblici e di risorse - aggiunge Nicolò Ghedini - ed è destinata fatalmente alla prescrizione».
Insomma, si profila la stessa conclusione attesa per la tranche principale del procedimento in cui sono imputati, fra gli altri, Cesare Previti e Vittorio Metta. Qui la Cassazione, accogliendo un ragionamento che le difese avevano svolto per dieci anni di fila, ha annullato le sentenze e ha inviato gli incartamenti a Perugia: di fatto li ha instradati su un binario morto.
Dei tre grandi processi di rito ambrosiano, solo l’Imi-Sir è arrivato, in un modo o nell’altro, al termine. Anche il Lodo Mondadori è stato riaperto ed è rimbalzato a Milano dove si sta celebrando il secondo processo d’appello. La sentenza potrebbe arrivare la prossima settimana.
Imi-Sir, Lodo Mondadori e Sme hanno incrociato sulla loro strada varie leggi, ultima la Pecorella. La Consulta l’ha abbattuta ripristinando così la parità fra Pm e difesa. «Un concetto - protesta Pecorella, il padre della legge ora eliminata dalla Consulta - che non ci convince, perché Pm e difensore hanno poteri diversi. Del resto basta osservare che in fase di indagini il Pm ha a disposizione la polizia giudiziaria per capire l’asimmetria delle posizioni.