Smemoranda, 30 anni da ribelle

L’agenda festeggia la trentesima edizione: le sue pagine sono state "riempite" da 20 milioni di studenti. E' il diario più diffuso sui banchi di scuola

Quel nome che è il suo opposto. Smemoranda è un mondo di memorie, amori, lacrime. Odi e passioni, e litigate colossali. Altro che distratti, altro che oblio: gli studenti sulla Smemo annotano dettagli e scenari. Vita, soprattutto: pagine che sono vuote solo ai primi di settembre, quando il diario è ancora sugli scaffali delle cartolerie. Poi è la volta dei sogni che, su quei quadretti piccoli piccoli, prendono forma più facilmente, chissà perché. «La Smemo» la conoscono tutti: i prof che la vedono spuntare sui banchi, alta come una cupola, amata come nessun libro di scuola. Gli alunni che senza Smemo non c’è neanche la scuola. I genitori che si chiedono come faccia a essere subito già piena: bigliettini, cartoline, testi di canzoni, foto, nastrini, pensierini, c’è di tutto. «Come farai a portarla, con quello che pesa, lo sai solo tu».

La Smemo non è solo un diario scolastico, di quelli per segnare i compiti a casa. Non lo è mai stato, quando è apparsa e non lo è oggi, che è arrivata a festeggiare il compleanno numero trenta. Edizione dopo edizione, milioni di copie da quella prima agenda, copertina di «un blu quasi nero» come ricorda Gino (Vignali), uno dei tre padri fondatori insieme a Michele (Mozzati) e a Nico Colonna, con la mela verde. Che poi era la mela di Newton, quella che gli è caduta in testa e gli ha fatto rivoluzionare la fisica. Perché Smemoranda (che - ricorda Gino - «è milanese al cento per cento») è stata anche quello: un colpo di mano. «Le intuizioni sono state due: il quadretto al posto delle righe e i 16 mesi - racconta Gino - e poi l’idea di renderla un po’ libro, per accompagnare gli studenti con disegni, vignette, racconti». Allora, nel 1979, era il trucco che alcuni giovani di sinistra avevano escogitato per racimolare qualche soldo per le attività politiche: «Era il gruppo di Federazione giovanile di democrazia proletaria: che ormai si è persa, a differenza di Smemoranda...» All’inizio - ricorda Gino - era «molto collocata», poi il successo «non è che l’abbia edulcorata, ma l’ha portata a dei contenuti più ampiamente condivisi: la pace, la giustizia, la solidarietà, l’antirazzismo». Insomma all’inizio sì, era di sinistra, perché in quel mondo è nata: «Ma oggi quei valori sono molto più annacquati». Lo spirito, però, no: «È sempre quello - racconta Michele - Dare ai ragazzi uno spazio per leggere e scrivere, ma in un modo che instilli anche qualche dubbio: un piccolo seme di ribellione, quello che serve agli adolescenti per guardarsi intorno con senso critico, ma non troppo serioso». Il segno della ribellione è nelle parole e nelle immagini (fra le firme Staino, Altan, Albanese, Bisio, Abatantuono, Bennato, Elio, Ellekappa, Ghezzi, Iannacci, Oreglio, la Gialappa’s, Giuliano, Lella Costa e nella lista dei collaboratori compaiono persino i nomi di Gaber e Fellini) e, soprattutto, nel quadretto: «Ingabbia meno della riga - spiega Michele - e, soprattutto, ci si può disegnare. Da studente usavo il “Vitt”, il diario firmato da Jacovitti: faceva ridere ma, ormai, aveva fatto il suo tempo». Nel ’79 era ora di cambiare: lo disse pure una tempesta di neve che si abbattè sul Sahara algerino per venti lunghissimi minuti.

Gino e Michele nell’81 scrivono per Jannacci Ci vuole orecchio: senza ritmo non vai da nessuna parte, senza Smemo ti sembra di non avere una vita da raccontare. Oggi che l’epoca in cui vincevano un premio di satira politica per il libro Rosso un cuore in petto c’è fiorito (Forte dei Marmi, 1978) è lontana, l’impegno di Smemo, fenomeno di massa da un milione di copie l’anno, rimane nelle centinaia di migliaia di alberi piantati per compensare la carta utilizzata per la stampa.

Rimane lo spirito ribelle, l’attesa del colore (ogni anno diverso, ma - assicura Gino - «un blu non manca mai»), il nome che «non si sa bene chi l’abbia inventato». Per la Smemo numero 30, il tema è «On/Off»: «Dentro e fuori, anima e corpo - racconta Michele - acceso o spento: è l’amore ma, anche, il telefonino. Il giocatore in campo o in panchina». Smemo gioca: è la pagina vuota da riempire. Mica si butta, mai: guai a dimenticare la storia nel cestino.