La smemoratezza storica degli ex comunisti

Ruggero Guarini

Ma quale Memoria Storica. Il nostro non è il tempo dell’Oblio post-storico. Non passa giorno che non accada qualcosa che dimostra che il mondo non è mai stato tanto smemorato come da quando gli addetti al ramo «Storia & Memoria» (politici, storici, giornalisti, scrittori rammemoranti, registi storicizzanti, poetastri memorizzanti – tutta insomma la grande armata dei fans di Mnemosine) lo esortano al culto della medesima. Ecco, a titolo di esempio, tre splendidi casi di smemoratezza assoluta tratti dalla più fragrante attualità.
Primo caso. Nulla è più stupefacente dello stupore con cui, nei più apprezzati salotti e tinelli della nostra sinistra chic, fra gridolini di meraviglia e sospiri di deplorazione, viene accolto in questi giorni un libro (“I redenti”, di Mirella Serri) in cui si ricordano (e si documentano) i gloriosi trascorsi fascistici di quasi tutti gli intellettuali italiani che subito dopo la fine della seconda guerra mondiale entrarono nel Pci (dove poi in fondo non fecero altro che ricominciare a inseguire, come già avevano fatto all’ombra del fascismo, quelle glorie e quei poteri a cui aspirano tutti gli intellò col pallino della militanza partitica e della tutela statale). Come se tutto questo fosse una notizia fresca di giornata...
Secondo caso. Indizio di una non meno sbalorditiva smemorataggine è la convinzione, oggi molto diffusa non soltanto tra le file del movimento gay ma in tutta la galassia progressista, che il pregiudizio omofobico sia un pregiudizio di destra. Convinzione comprovata in questi giorni dalla frequenza con cui, nelle omelie dei capi del movimento gay, ricorre l’epiteto “fascista”, naturalmente associato a chiunque trovi inaccettabile la pretesa di equiparare le unioni omosessuali al matrimonio tradizionale.
Come se la pratica di sbattere gli omosessuali nei campi di concentramento non fosse stata una fulgida caratteristica dei più celebri regimi comunisti, bensì dell’infame ventennio. Durante il quale, invece, vigeva un codice penale in cui l’omosessualità, come tale, non essendovi nemmeno nominata, non era pertanto considerata un reato. E agli omosessuali, salvo qualche caso motivato da ragioni politiche, non fu mai torto un capello. E nessun gerarca si permise mai di insultarli come fece Togliatti quando all’inizio degli anni ‘50 volle confutare le rivelazioni di André Gide sull’Urss invitandolo a occuparsi di pederastia. E nessun magistrato emise mai una sentenza iniqua come quella con cui, nel 1969, nell’Italia post-fascista, un giudice socialista (Orlando Falco), brandendo il reato di plagio, condannò a nove anni di carcere un omosessuale (Aldo Braibanti) colpevole soltanto di convivere con un partner maggiorenne e consenziente.
Terzo caso. Segno di una ancora più potente facoltà di oblio sono le parole “psicosi” e “ossessione” che spuntano fuori ogni volta che si parla della paura del comunismo che si diffuse in America negli anni della guerra fredda. Spuntano fuori, quelle parole, anche in “Good Night, And Good Luck”, il film sul maccartismo di George Clooney. Come se in quegli anni l’Unione Sovietica non rappresentasse, per tutto il mondo libero, una minaccia mortale.
Non di memoria, dunque, ma di oblio è oggi maestra la sinistra.
guarini.r@virgilio.it