Lo smemorato Matt braccato dalla Cia scopre la sua identità

Presentato a Locarno «Bourne Ultimatum», terzo episodio della serie con Damon nei panni dell’agente segreto creato dalla penna di Robert Ludlum

da Locarno

Bentornato David Webb, vero nome dello smemorato Bourne, che nell’omonima serie Usa, con un Matt Damon senza identità ricercato dalla Cia in ogni dove, al fine di eliminarlo (lo schizzato ragazzo sa qualcosa d’importante), si ripresenta al pubblico europeo. Ieri in Piazza Grande si è visto The Bourne ultimatum, il terzo eccitante thriller firmato dall’inglese Paul Greengrass (nel 2002 vincitore dell’Orso d'oro a Berlino con Bloody Sunday, film sui conflitti irlandesi), qui abile padrone d’una trama labirintica. Dopo The Bourne Identity (2002) e The Bourne Supremacy (2004), realizzati da Doug Liman, riecco il sorvegliato speciale Jason Bourne, che balla un twist di inseguimenti, uccisioni e corse a perdifiato, col fiato sul collo di Cia, Interpol e killer ingaggiati per fargli la pelle. Lui, però, muscolare macchina allenata a uccidere nel quadro del programma illegale Blackbriar, non molla: deve sapere chi è. Gli hanno ammazzato la ragazza Marie e un giornalista inglese ha scritto un articolo sulla strana uccisione della ragazza. E proprio tra i pendolari della stazione londinese di Waterloo, mentre spioni vicini e telematici tallonano Bourne, sul quale sono puntati fucili e telecamere, si svolge la prima, impressionante sequenza che ha la sorveglianza globale come epicentro pirotecnico.
Un paesaggio contemporaneo, quello affrescato da Greengrass, dove il senso dell’urgenza è dato da sette Paesi e tre continenti e dove i vicoli della Medina, nel cuore del quartiere ebraico di Tangeri, si sovrappongono alle strade di Madrid, ai grattacieli di New York, nell’incalzante epopea paranoica del bravo capitano Bourne. E bisogna vederlo, Matt Damon, quando si lancia da un tetto di Tangeri, fracassando i vetri d’una finestra di fronte, per entrare, fascio di muscoli e d’ansia, nelle vite degli altri, lui che vorrebbe averne una meno drammatica. Non dorme da ore, ma il perfido Vosen (David Strathairn) gli sta addosso, per distruggere fisicamente il primo killer, costruito in laboratorio (tramite alterazioni della personalità), mentre il governo ignora i maneggi d’un sistema impazzito. Per fortuna, due donne aiuteranno lo smemorato internazionale: la graziosa collega Nicky (Julia Stiles, abbonata alla serie) e l’investigatrice Pamela (Joan Allen, già in Bourne Supremacy), entrambe commosse dalla vicenda personale di quest’eroe dei nostri tempi, che cerca il proprio passato, per costruirsi un futuro (e il finale, con lui a galla come annegato, ma poi in movimento, perché vivo, rimanda al prossimo episodio).
Che dietro le varie unità di ripresa ci siano duecentocinquanta persone, intente a trovare locations eccezionali, come la casa di Tangeri, sui cui tetti è stata filmata una fuga rocambolesca, mentre i musulmani locali osservavano il Ramadan, notoriamente periodo di digiuno e quieta riflessione, si vede. «Ho voluto dare a Bourne una maggiore umanità: lui è un uomo reale, che vive nel mondo reale, non uno James Bond, intento a bere Martini con la bionda di turno al fianco», ha detto Greengrass, che qui reinventa il genere spy-story in un senso più viscerale, meno compassato e vecchio stile. Ai giovani piacerà, in particolare, la sequenza del combattimento kung-fu, girato con rapidità da videogioco, tra Bourne e l’irriducibile killer marocchino, l’unico capace di tenergli testa (ma fino a un certo punto, perché, ovviamente, morirà).
Da Mosca a Parigi, passando per Londra, Tangeri e New York, comunque affiora la punta dell’iceberg: nessuna possibilità di sottrarsi alla vigilanza hi-tech. «Non è un articolo di giornale. È la realtà», dice Bourne al morituro cronista del Guardian, che non riesce a seguirlo negli spostamenti frenetici alla Waterloo Station. E, in effetti, nel mondo contemporaneo, a rimetterci sono quasi sempre i soggetti, che non stanno al passo con la frenesia quotidiana.