Le «smemorie» dei furbetti di via Solferino

Ai furbetti di via Solferino andrebbe spiegato che il passato sta tornando eccome. Il direttore del Corriere della Sera, ieri, ha rievocato «l’incubo del ’93» per definirlo «quel passato che non torna» giacché oggigiorno «nelle redazioni ci si limita a raccontare quel che accade», e ciò con toni «assai più cauti e sorvegliati di quelli del ’92-93». Una frase interessante per due motivi.
Anzitutto perché suona come un’ammissione definitiva del fatto che a suo tempo in via Solferino non si limitarono a raccontare quanto accadeva, e che lo raccontarono in ogni caso con toni né cauti né sorvegliati: lo sottoscrive Paolo Mieli che era direttore del Corriere allora come oggi. In secondo luogo va rilevato che almeno un punto di contatto basta volerlo vedere. Molti, per esempio, hanno rilevato che l’inchiesta sulla scalata della Banca di Lodi, quella che in sostanza divide il salotto buono dal salotto cattivo della finanza italiana, è nata da un esposto firmato da un legale che lavora nello studio del professor Federico Stella. Ebbene: l’inchiesta architrave di Mani pulite, l’inchiesta Enimont del 1993, quella che divise l’Eni buono dall’Eni cattivo e così pure i citati salotti, ebbe tra i sicuri protagonisti proprio lo studio del professor Federico Stella, sorta di eminenza grigia che spunta regolarmente dietro i più dirompenti terremoti politico-economico-giudiziari del Paese. Stella, docente all’Università Cattolica, legale dell’Eni in eccellenti rapporti con Romano Prodi e coi vertici dell’Espresso, in particolare sintonia coi pm Gherardo Colombo e Francesco Greco e col parlamentare diessino Luciano Violante, all’esordio di Mani pulite fu il legale dei primi imprenditori «pentiti» che rovesciarono ogni colpa sulla classe politica. Fu il legale dell’Assolombarda che propose una legge per uscire da Tangentopoli e fu il legale che due anni dopo la ripropose assieme ad alcuni magistrati del Pool promettendo l’impunità per i corruttori che avessero collaborato: e ricordiamo che nell’autunno del 1994, nell’ottica degli inquirenti, a non aver collaborato era rimasto un solo gruppo imprenditoriale. Stella fu acclarato ghostwriter di Antonio Di Pietro all’Università di Castellanza e così pure, docente alla stessa università, risulta anche Mario Zanchetti, il legale dello studio Stella già autore materiale dell’esposto contro la banca di Lodi. Ma Stella, si diceva, fu soprattutto il legale che difese imputati e testimoni dell’Eni con posizioni anche tra loro contrastanti: tra questi Lorenzo Necci, Franco Reviglio, Paolo Ciaccia, Antonio Sernia e Franco Bernabè. Federico Stella c’era allora e in qualche modo spunta oggi, gli ambienti sono quelli, così come c’è il pm Francesco Greco, oggi, e c’era pure nel maggio 1995, quando la Procura di Milano chiese il commissariamento di Publitalia: per quanto, diversamente da quanto è accaduto con Gianpiero Fiorani, ai tempi, per scongiurare il commissariamento bastarono le dimissioni del Presidente Marcello Dell’Utri. Un precedente dimenticato, questo, che il salotto buono del tempo accolse con certa indifferenza.
Molta più attenzione era stata prestata, nel marzo 1993, al tentato commissariamento della Cogefar Impresit (Fiat) che secondo i legali spalleggiati dal Corriere della Sera prefigurava invece «un atto che potrebbe avere pesanti conseguenze per l’economia nazionale». In via Solferino giunsero a pubblicare, nelle pagine della Cultura, con prefazione di Lucio Colletti, le lettere dal carcere che l’amministratore delegato della Cogefar aveva scritto alla moglie. Improbabile che Paolo Mieli farà lo stesso con Gianpiero Fiorani: altri scenari e altre furbizie, ora, ma sempre con l'amata magistratura sullo sfondo.