Smentita la Cgil, aumenti fino a 2.100 euro

RomaIndietro tutta. La spaccatura nel Partito democratico sulla riforma dei contratti è durata appena un paio di giorni. Ieri Confindustria e Cisl hanno confutato le stime catastrofiche della Cgil sugli effetti che il nuovo sistema avrà sui salari, mentre il vertice del Pd si è ricompattato. Il fatto è che a prevalere non è stata la linea seguita fino a ieri dal segretario, ma quella di chi - a partire dall’antagonista di sempre Massimo D’Alema - aveva applaudito da subito la corsa solitaria della Cgil, unico sindacato a non aver siglato l’accordo.
Walter Veltroni è passato dall’invito rivolto a Guglielmo Epifani subito dopo la mancata firma ad accettare «una nuova sfida riformista», alla condanna dell’intesa che Cisl, Uil, Ugl e Confsal hanno raggiunto con le organizzazioni dei datori. «Andava fatto con la Cgil», ha detto ieri il leader democratico. Poi ha telefonato a Epifani per dirgli che l’intesa senza di lui, gli altri, non l’avrebbero dovuta fare. Una risposta diretta a chi in questi giorni lo ha invitato a dettare un’unica linea al partito, quella della Cgil. Ma anche un addio a chi, come Enrico Letta, Francesco Rutelli e Sergio D’Antoni, sostiene il nuovo modello che privilegia il livello aziendale rispetto a quello nazionale.
La Cisl, per bocca del segretario confederale Annamaria Furlan, con un pizzico di cattiveria, ha voluto interpretare l’uscita di Veltroni come un nuovo «apprezzabile» invito rivolto alla Cgil affinché ritorni sui suoi passi. Teatrino, questioni di lana di caprina, verrebbe da dire, se non fosse che il nuovo sistema è destinato a modificare i rapporti economici tra lavoratori e aziende. E quindi le buste paga.
L’altra diatriba sull’accordo raggiunto la settimana scorsa riguarda proprio le ricadute su stipendi e salari. Agostino Megale della Cgil ha stimato che se il nuovo metodo di recupero dell’inflazione fosse stato applicato nel quinquennio 2004-2008, i lavoratori avrebbero perso 1.350 euro. Ieri sono arrivate le controsimulazioni del centro studi di Confindustria e della Cisl che smentiscono i dati di Epifani. Entrambi ritengono sbagliato applicare il nuovo sistema agli anni passati, ma hanno accettato la sfida e bocciato i calcoli della Cgil. Il motivo è semplice: non tengono conto degli aumenti legati alla produttività, che da soli avrebbero fatto aumentare le retribuzioni annuali lorde - stima Confindustria - di 1.031 euro. E poi gli incentivi fiscali e previdenziali sul secondo livello. Il centro studi della Cisl stima che, anche considerando solo il nuovo indice dell’inflazione, l’aumento sarebbe stato «superiore all’accordo precedente», quello del ’93, «di almeno 600 euro».
La simulazione di Confindustria si concentra soprattutto sul futuro. E in particolare sugli aumenti dei prossimi tre anni. Per un reddito medio arriveranno - tra il 2009 e il 2011 - a 2.533 euro, di cui 1.218 «reali», cioè di maggiore potere di acquisto. A questi si dovranno aggiungere 362 euro dei promessi sgravi fiscali e contributivi. Paradosso della crisi finanziaria e dei cali del barile, l’inflazione come l’hanno voluta datori di lavoro, cioè «depurata» dalla componente energetica, andrà a tutto vantaggio dei lavoratori. Nel triennio quella calcolata senza le variazioni di prezzo dell’energia dovrebbe arrivare al 5,1%, contro il 4,7% di quella totale.
Lo stesso Megale ha riconosciuto che la Cgil ha fatto una valutazione «parziale», che considera solo un pezzo dell’accordo. Ma la linea di Corso d’Italia l’hanno tracciata ieri le due principali federazioni, metalmeccanici e statali. L’intesa è «illegittima», hanno spiegato Gianni Rinaldini (Fiom) e Carlo Podda (Fp), presentando lo sciopero del 13 febbraio, il primo indetto insieme da tute blu e travet della Cgil. Un appuntamento, c’è da scommetterlo, che creerà nuove divisioni. E nuove grane per Veltroni.