«Smetterò al top La pensione è ancora lontana»

Intervista di «Rolling Stone Italia» al menestrello di «Modern Times»: «L’ho scritto in uno stato ipnotico, senza pensare a ciò che accadeva nel mondo. Per la prima volta ho deciso di produrre il disco da solo»

È familiare questa voce? «Non è che abbia uno stuolo di astrologi che mi dicano quello che accadrà. Mi limito a fare una mossa dopo l’altra, e questo è il risultato». Sono seduto in una suite d’albergo sul lungomare di Santa Monica, e ignoro un vassoio di fette d’ananas e biscotti rinsecchiti ricoperti di zucchero mentre Bob Dylan siede al lato opposto del tavolo facendo del suo meglio per rispondere alle domande. L’uomo che ho di fronte non sta un attimo fermo sulla sedia, non è impaziente, ma è profondamente conscio del momento, e prontissimo a farmi ridere e a ridere lui stesso. L’espressione sul viso di Dylan sembra racchiudere versioni diverse dei suoi disparati personaggi succedutisi nel corso del tempo. E tuttavia è soprattutto il tono della sua voce ad apparire un caleidoscopio del tempo \ La voce di Modern Times, il suo trentunesimo album registrato in studio, è invece la voce di un vecchio vagabondo senza età. \ In Modern Times, così come negli album Love and Theft e Time Out of Mind che l’hanno preceduto, Dylan ci offre un nutrimento che proviene dalle radici della vita culturale americana. Per una società che soffre di amnesia, si tratta in modo evidente di un’offerta di grande apertura mentale, all’altezza di tutto ciò che ha prodotto negli anni ’60. «Questo disco l’ho fatto indipendentemente da quello che stava accadendo nel mondo», mi confida Dylan. «Ho scritto queste canzoni in uno stato assolutamente non meditativo, più che altro in uno stato ipnotico. Questo è il modo in cui mi sento? E qual è il Bob Dylan che si sente in questo modo? Sinceramente, non sono in grado di dirtelo. Ma so che queste canzoni sono in me, nei miei geni e che non potrei impedire loro di uscire».
In altre parole, Modern Times, o, meglio, Bob Dylan sembra dimenticarsi del presente. Il disco è disseminato di brillanti riferimenti all’11 settembre 2001 o all’uragano Katrina e tuttavia, per parafrasare Mark Twain, bisognerebbe sparare a chiunque volesse leggerci una morale. E, tanto per non ingannare l’ascoltatore contemporaneo lasciandogli credere che la svolta musicale di Dylan sia una indicazione nostalgica, in Thunder on the Mountain si fa il nome di una cantante contemporanea: «Stavo pensando ad Alicia Keys, e non ho potuto fare a meno di piangere. Mentre lei è nata a Hell’s Kitchen, io vivevo a Sud».
Quando chiedo a Dylan che cosa abbia fatto Alicia Keys «per entrare nel tuo Pantheon», si limita a ridacchiare. «Mi ricordo di averla vista ai Grammy. Credo fossimo assieme, ma non l’ho incontrata. Però mi sono detto: “Non c’è niente in quella ragazza che non mi piaccia”». Piuttosto che analizzare i testi, Dylan preferisce dilungarsi sulle canzoni considerandole artefatti musicali e descrivere il processo della loro creazione. «Non mi piace entrare in studio», dice con naturalezza. «Lo faccio con riluttanza». Lui stesso è il produttore, con lo pseudonimo di Jack Frost. «Non me la sentivo più di essere prodotto. È come se avessi sempre prodotto i miei dischi, solo che ogni volta avevo qualcuno tra i piedi. In ogni caso, credo che nessuno possa sapere meglio di me come voglio suonare: so quello che voglio tirare fuori dai musicisti. Nessuno può dire a un musicista che sbaglia e chiedergli il meglio nel modo in cui posso farlo io. Lo so fare a occhi chiusi». \ «Brian Wilson ha registrato tutta la sua musica su quattro piste, ma non puoi fare dischi come i suoi se hai le cento piste di oggi. A tutti piace ascoltare i dischi sul giradischi, ma diciamolo chiaramente, quei giorni sono finiti. Ci si arrangia, si combatte con la tecnologia in mille modi, ma non conosco nessuno che abbia fatto un disco decente negli ultimi vent’anni. Le registrazioni moderne sono atroci, piene di suoni. Non hanno alcuna definizione, niente voce, niente di niente, solo staticità. I cd sono piccoli. Non hanno levatura. Mi ricordo quando il tizio di Napster è venuto a trovarci: “Tutti avranno musica gratis”. E io pensavo: “Be’, perché no? Tanto non vale niente”».
\ «Qualunque tipo di considerazione si faccia su di me, o su quello che faccio, quello che suono, ciò che canto, a qualunque livello, comunque la veda io, dovrebbe essere fatta in raffronto a qualcun altro! Non confrontatemi con me stesso. Confrontereste Neil Young con Neil Young? Confrontatelo con qualcun altro, confrontatelo con Beck - che mi piace molto - o con chiunque altro al suo livello. Un disco dovrebbe essere confrontato con quello di artisti che lavorano sullo stesso terreno. Sono disposto ad accettare qualunque cosa, ma valutate il mio lavoro in quel modo. È questo il significato che dovrebbe avere un disco, se si ha un atteggiamento serio nei confronti di ciò che si fa. Guardiamo le cose come stanno: o hai un atteggiamento serio verso le cose che fai oppure non ce l’hai. E le due cose non sono conciliabili. La vita è corta».
Non posso fare a meno di chiedermi se il recente documentario No Direction Home di Martin Scorsese lo abbia condizionato al punto da riaccendere in lui il vivo sconforto per quel ruolo - certamente non desiderato - di Salvatore del mondo. «Guarda, tutti oggi fanno un gran parlare degli anni ’60. Gli anni ’60 sono come la Guerra civile. Ma in fin dei conti tu stai parlando a una persona che gli anni ’60 li possiede. Ho mai voluto acquisirli, questi anni ’60? No. Ma li possiedo. Chi mai può negarlo?».
\ Bob Dylan riflette sul destino dell’arte: «Quante persone possono vedere la Gioconda? Ci sei mai stato? Insomma, forse tre persone alla volta. E inoltre, da quanto tempo quel quadro è in giro? C’è più gente che ha visto quel quadro di quanti abbiano ascoltato, tanto per fare un nome - non voglio dire Alicia Keys - ma, non so, Michael Jackson. C’è più gente che ha visto Monna Lisa di quanta ha ascoltato Michael Jackson. E la possono vedere solo tre persone per volta: questo sì che è avere impatto sulla gente!».
\ Dopo una conversazione circolare lunga un’intera giornata, ritorniamo dalle parti del nuovo disco, e mi azzardo a fargli di nuovo domande su certi temi. Modern Times sfuma dalle atmosfere giocose e affettuose di Love and Theft per entrare in un territorio più minaccioso, dove la lingua è quella delle murder ballad e di Edgar Allan Poe: rivali e carneficine, giardini infestati da spettri e fantasmi. Nel disco sono citati vecchi blues e ballate: «Questa volta non mi sentivo obbligato a restringere il campo d’azione per non incasinare le cose. Volevo che ogni strofa fosse chiara e che avesse uno scopo ben preciso. Questo è quello che provo, fa parte di me. Molti di noi non hanno un istinto omicida, ma a nessuno dispiacerebbe avere licenza di uccidere. Ho lasciato che i testi scorressero, e quando li cantavo, sembravano come posseduti da una presenza antica». Dylan sembra dimorare in un corpo infestato da spettri che prendono le sembianze di precursori musicali che hanno fattezze di poeti. «Queste canzoni sono nei miei geni, non potrei impedire loro di uscire. Hanno un’ascendenza. Ma è un’ascendenza limitata, che funziona fino a un certo punto... Non puoi risalire all’anno Mille, quando la gente aveva un solo nome. Nessuno ti dirà di voler risalire così indietro nel tempo». \ Dylan desidera che io comprenda da dove arriva il suo background e qual è la sua visione della musica. Per capire tutto ciò, però, devo prima di tutto comprendere quello che lui ha visto negli artisti che lo hanno preceduto. «Se pensi a tutti gli artisti che hanno inciso dischi negli anni ’40, ’30 e ’50...», quasi sussurra. «Sì, c’erano delle grosse band, ma queste erano solo la rappresentazione della visione musicale di un uomo: la band di Duke Ellington rappresentava l’idea di Duke, quella di Louis Armstrong era la voce individuale di Louis Armstrong. E se pensi al rhythm&blues, o al rockabilly, musica che mi ha portato a fare quello che ho fatto, be’, quei generi si basavano unicamente su individualità. E così ti accorgi di una cosa importante: hai ascoltato l’urlo di un individuo nel deserto. Ma ormai è andato perso. Pensa all’ultimo artista-individuo che ti ricordi. Elton John forse? Sto parlando di artisti con la forza di non conformarsi a nessuno se non a se stessi. Patsy Cline e Billy Lee Riley. Platone e Socrate, Walt Whitman ed Emerson. Slim Harpo e Donald Trump, tanto per citare dei nomi. È una forma d’arte scomparsa. Non so chi altro la faccia, oltre me, a essere sincero».
La domanda se è soddisfatto di tutto quello che ha fatto fino a ora sorge quindi spontanea. «Ho sempre voluto fermarmi quando ero al top», dichiara. «Non volevo spegnermi lentamente. Non ho mai voluto essere qualcuno di cui si parlava al passato, ho sempre cercato di essere qualcuno che non sarebbe mai stato dimenticato. E dunque mi sembra che, in un modo o in un altro, ci sia riuscito, che abbia fatto quello che desideravo».
Queste considerazioni, va notato, sono l’occasione per altre risate. «Penso che dovrò smettere di andare in tour prima o poi. Ma più in là, al momento non ne ho voglia». Anche questa, assieme alla promessa di una terza parte della trilogia, è una buona notizia per me. Possa il Never Ending Tour andare avanti per sempre. «Penso di essere nel mezzo della vita ora», mi dice Bob Dylan. «Non sto ancora pensando alla pensione».