Smettere di giocare in 20 giorni. Un centro aiuta i malati d’azzardo

A Siena applicata per la prima volta una nuova terapia. Otto pazienti su nove hanno concluso il ciclo di cure. Il fondatore del centro: «Persone normali, ma con dentro un Mr Hyde da battere»

«Il precedente governo ci aveva promesso un aiuto, il nuovo invece non ci ha fatto neppure questa promessa. Se non si muove qualcosa andrò a fare lo sciopero della fame davanti a Palazzo Chigi». Riccardo Zerbetto, psichiatra con vari master a livello internazionale è un esperto e consulente sulle nuove droghe. Si è specializzato sull’ecstasy e da qualche anno si occupa del gioco d’azzardo. Con grossi risultati.
È riuscito ad aprire una piccola comunità terapeutica unica nel suo genere. Con 21 giorni di terapia intensiva riesce a «rimettere in piedi» i suoi pazienti, tutti malati di gioco d’azzardo. Non a caso il centro si chiama Orthos, dal greco «stare in piedi», si trova a Monteroni d’Arbia, nel Senese, ed è sovvenzionato dalla regione Toscana. O almeno dovrebbe. «In questa fase sperimentale noi ospitiamo gratuitamente anche chi proviene da fuori regione, che in caso contrario dovrebbe pagare 2400 euro, ma ancora non abbiamo nulla di scritto, solo rassicurazioni verbali».
Zerbetto ha una grinta da vendere, tratta con degli ossi duri - i suoi pazienti -, ma mostra il suo lato debole verso le assurdità del sistema. «L’Oms, già nel lontano 1980, ha dichiarato il gioco d’azzardo patologico e asociale, in Svizzera il 5% dei proventi dell’alcol viene reinvestito in progetti di sensibilizzazione – spiega l’esperto -. In Italia, invece, non si investe un euro in ricerca, in prevenzione o in cure per queste patologie. Al contrario, i Monopoli di Stato, azienda nata per proteggere i cittadini, di fatto sta facendo promozione delle sue attività di gioco, come se con il gioco legale non ci si potesse fare del male. È un’assurdità che grida vendetta».
E così la sua battaglia continua, nella speranza che qualcuno gli dia una mano o si renda conto della gravità di un fenomeno ormai dilagante. Basta scorrere le storie dei partecipanti al primo ciclo del programma intensivo ideato da Zerbetto e appena concluso, per capire come persone rispettabili e ben inserite nella società possano ridursi a schiavi del gioco. «Noi curiamo giocatori puri, che non sono affetti da patologie psichiatriche gravi o da altri tipi di vizi - spiega Zerbetto -. Noi presupponiamo che a certe persone sia scattata già una molla dentro che gli consenta di chiudere con il gioco».
Lo psichiatra è orgoglioso del suo piano strategico. Che, a giudicare dalle testimonianze pubblicate in questa pagina, sembra vincente. Oltre che economico e di breve durata. «Siamo i primi ad aver messo a punto un programma intensivo di tre settimane destinato a persone che hanno un inserimento familiare e sociale che regge, anche se catastrofico. Per uno che ha famiglia e lavoro, del resto, è il periodo massimo di un’assenza giustificata». Per seguire il corso non esistono selezioni. Si accettano volontari che hanno voglia di smettere. Senza averne la forza.
Al primo ciclo di terapia, terminato a marzo, hanno partecipato nove uomini che provenivano da tutta Italia, uno anche dalla Svizzera. Dopo i 21 giorni canonici si sono ritrovati in otto. «Soltanto uno se n’è andato dopo 10 giorni – racconta lo psichiatra –, ma poi ha richiamato, vuole tornare». Gli altri? Soddisfatti e ora «in stato di convalescenza». Per questo Zerbetto non li molla al loro destino. Ha incrociato il dialogo a distanza via e-mail, e dopo Pasqua ha organizzato un incontro di gruppo per confrontarsi.
«Sono tutte persone socievoli e simpatiche ma devono affrontare un Mister Hyde che vive dentro la loro anima – aggiunge Zerbetto –. Il più giovane ha 35 anni, il più vecchio 60. Sono quasi tutti sposati e malati di casinò, di scommesse clandestine, di cavalli, di poker, anche di Lotto. Ognuno di loro, dopo aver sperperato ricchezze di famiglia, aver perso lavoro e la propria dignità, si è accorto di aver toccato il fondo. Così come un drogato di eroina all’ultimo stadio. E così tenta di risalire la china ripartendo dalla comunità. «La terapia è il risultato di una mia idea che utilizza i 21 giorni per intervenire sugli acuti e i cronici – spiega l’esperto -, un periodo necessario al nostro cervello per riprogrammarsi. In Italia non esistono strutture analoghe. Si possono seguire terapie ambulatoriali, centri diurni, oppure si può entrare in comunità che richiedono la presenza del malato per 9-12 mesi. E quasi tutti i centri sono a pagamento».
La comunità Orthos, invece, è gratuita, elemento importante per chi non ha neppure un soldo in tasca, e vanta un programma superintensivo e decisamente spartano. Le camere sono doppie, non ci sono camerieri, vige la regola dell’autoaccudimento, persino il vitto è autogestito.
La giornata tipo inizia di primo mattino con mezz’ora di meditazione e di autoascolto per confrontarsi con il proprio vissuto di fallimento e disperazione. Dopo un paio d’ore di lavoro di gruppo si va a pranzo e subito dopo si lavora. C’è giardinaggio, l’orto, altri lavori manuali. «Il gioco fa vivere una dimensione virtuale, staccata dalla realtà – spiega Zerbetto –, è dunque importante che si riacquisti il gusto della concretezza». Dunque, oltre al lavoro, i pazienti fanno ginnastica, arti marziali, teatrali e dopo cena si passa alle attività ricreative. «Si propongono giochi creativi, tipo scacchi o dama per far capire loro che ci si può divertire anche senza danaro». Sono previste anche gite, mostre di pittura, terme, partite di pallone. I pazienti seguono il maestro, come allievi che devono imparare l’arte di vivere, si impegnano a fondo e alla fine del corso si sentono migliori, il primo gradino necessario a risalire la china.