S.Michele a Caltanissetta

Caltanissetta è uno dei pochi capoluoghi siciliani a non affacciarsi sul mare. Con un nome che, come tanti altri nell’isola, risente dei due secoli di dominazione araba, la città ebbe il privilegio nel 1625 di una visita di s. Michele Arcangelo. Narra Sergio Meloni nel suo libro illustrato Andare per le grandezze di s. Michele Arcangelo (Edizioni Segno) che in quell’anno la città stava per essere visitata anche da un ospite molto meno gradito: la peste. Il morbo era stato portato da una nave proveniente dalla Tunisia e attraccata a Trapani. Da Trapani l’epidemia si era diffusa fino a Palermo e avanzava verso l’interno. Le autorità di Caltanissetta, a quel tempo ancora circondata da mura, si attivarono per tempo, facendo chiudere tutte le porte di accesso e dislocando sentinelle presso ciascuna di esse. Tutti quelli che entravano venivano accuratamente vagliati. Ma ciò non impedì a un contagiato di sfuggire al controllo. Fu l’Arcangelo in persona a provvedere: fermò il malato e lo condusse nella vicina contrada Sillemi. Qui lo fece adagiare in una grotta. Da quelle parti sorgeva un convento di frati cappuccini, che dalla finestra assistettero alla scena. Il primo ad accorgersene fu frate Francesco Giarralana, che subito chiamò i confratelli. Questi, subito accorsi, furono testimoni dell’apparizione. Qualche giorno dopo, ancora una volta s. Michele apparve, questa volta solo a frate Francesco, per confermare quel che i frati avevano visto. Quando il pericolo fu passato, le autorità andarono alla grotta con un medico e trovarono un cadavere morto di peste.