Smilitarizzare la politica

Egidio Sterpa

Che sia impossibile in Italia un governo di solidarietà nazionale, se non addirittura di unità nazionale, è acclarato, e non da oggi. Ma parlarne, come ha fatto Bondi nell’intervista al Corriere, è stato utile, se non altro perché è servito a ben chiarire le intenzioni della sinistra. Essa - in realtà bisognerebbe parlare al plurale perché di sinistre ce ne sono almeno tre o quattro, e per giunta in profonda contraddizione tra loro - ha scartato bruscamente. E anche pesantemente, ogni possibilità di gentlement’s agreement non solo per il governo del Paese, il che è nella logica della politica, ma persino per le riforme istituzionali, per le quali sarebbe invece sacrosanto accordarsi per dare almeno regole e valori condivisibili.
L’Italia è forse l’unico Paese occidentale dove non esiste un dialogo tra maggioranza e opposizione. Senza che nessuno rinunci ai propri principi e valori distintivi, oltre che ai programmi di azione governativa, una intesa per creare un quadro di norme che permette di dibattere dialogicamente i problemi non può e non deve essere considerato un intrigo e, come si dice oggi, un inciucio.
Nelle più antiche e solide democrazie il corretto dialogo tra gli opposti non porta mai al disarmo o neutralizzazione degli avversari. La democrazia italiana, purtroppo, è troppo «militarizzata», sempre con le armi puntate, il che francamente ne fa una democrazia immatura. E chissà quanto tempo ci vorrà perché assuma i civili caratteri della democrazia dell’alternanza. È una deficienza, questa, che accomuna purtroppo i due fronti della nostra politica.
In occasione del dibattito sulle avances di Bondi le reazioni sono state emotive e irrazionali. Un giornale non proprio di sinistra estrema se l’è cavata con questo titolo: «L’abbraccio del pugile suonato». Il che è tutto dire: il dialogo come mezzo di ragionamento e riflessione non fa evidentemente parte della cultura di talune parti politiche. Anche la Lega, che pure fa parte della Casa delle libertà, ha avuto reazioni irragionevoli. Non si è tentato, insomma, neppure di argomentare, opponendo obiezioni riflessive e argomentate. Le reazioni più apprezzabili, anche se assai diverse tra loro, sono venute da Violante e Andreotti. «Le riforme - ha commentato Violante in una intervista al Corriere - andrebbero decise insieme». Al contrario di altri oppositori, quasi tutti tranchant nei giudizi, egli ha fatto una proposta che, almeno in prospettiva, cioè come possibilità per il futuro, non va lasciata cadere nel vuoto. Potrebbe essere saggio accantonarla per riesumarla, a tempo debito. «Potremmo - ha detto - per la prossima legislatura discutere l’idea di una assemblea redigente, composta da parlamentari ed esperti di entrambe le aree. Il Parlamento fisserebbe i principi fondamentali e alla commissione toccherebbe il compito di redigere il testo di riforma costituzionale, che deve intervenire solo su pochi punti essenziali e ben determinati. Il testo sarebbe poi proposto all’approvazione delle Camere. Ma dovremmo confrontarci - ha aggiunto opportunamente - anche sulle misure per l’economia e la politica estera. Tutto senza confusione tra maggioranza e opposizione».
È, diciamolo onestamente, un ragionamento responsabile e serio, che purtroppo fin qui non ha trovato alcuna rispondenza, soprattutto a sinistra. Va ripetuto: vale la pena di tenerlo presente per il dopo elezioni del 2006. Chiunque vinca, è pacifico che di riforme si continuerà a parlare in maniera inconcludente, com’è avvenuto fin qui dai tempi della famosa Commissione Bozzi. Se si vorrà incanalare su un terreno concreto la questione, che è fondamentale per la democrazia italiana, occorre innanzi tutto «smilitarizzare» la politica, almeno quella parlamentare, e poi, pur senza bloccare la dialettica tra le parti, sedersi a un tavolo per creare finalmente regole che portino alla condivisione di fondamentali valori comuni.
Anche la reazione di Andreotti è stata raziocinante, pur collocandosi sul fronte della negazione. Egli scarta decisamente ogni idea di unità nazionale («la posso capire - dice - nell’inno nazionale e nella bandiera, ma nei governi no»), ma com’è logico che sia per un uomo della sua storia ed esperienza, afferma: «Io sono per la dialettica parlamentare. Troppa unità potrebbe persino essere pericolosa».
Spazi e spiragli di ragionamento ci sono però sicuramente in quei ricorsi alla dialettica parlamentare («e non solo parlamentare», come aggiunge), il che fa rientrare la logica politica andreottiana nella visione del rapporto maggioranza-opposizione su temi cruciali.
In conclusione, va preso atto purtroppo che non c’è nella nostra democrazia ancora la cultura del bipolarismo e perciò dell’alternanza, che è la sostanza della democrazia liberale. Un avvio verso questo obiettivo potrebbe darlo un primo tentativo di concordare regole essenziali per il dialogo. Ma quando, se non si decide a deporre le armi in anticamera, se non addirittura a consegnarle definitivamente in armeria?