Sms e rinvii: così sopravvive il governo

Messaggi telefonici per convocare gli assenti, espedienti regolamentari, promesse agli indecisi e malati precettati per le votazioni decisive

da Milano

«Finché c’è Rita c’è speranza». Di tanto in tanto, in prossimità di un voto thrilling in Senato, questo sms torna a circolare tra i parlamentari dell’Unione. Un’invocazione alla presenza salvifica della Levi Montalcini e, se necessario, degli altri senatori a vita. Spesso decisivi, come nella serie di votazioni «natalizie» su Finanziaria e welfare.
Ma la loro dedizione, da sola, non basta. In un anno e mezzo, gli strateghi della maggioranza si sono dovuti inventare ogni tipo di espediente parlamentare. Escamotage regolamentari per ridurre le votazioni a rischio. Equilibrismi sintattici nelle mozioni per tenere incollata la maggioranza. Telefonate disperate per far rientrare gli assenti. Preghiere per far guarire i malati. Appelli disperati per convincere i dissidenti a turarsi il naso. Finora ci sono riusciti. Ma ogni volta, che fatica! Un giorno devi trasformarti in agente di viaggi e trovare un aereo che consenta alla Levi Montalcini di posticipare la partenza per gli Stati Uniti o anticipare il ritorno da Dubai per essere in aula a votare. E mentre studi i piani di volo devi rimangiarti i Dico, previsti dal programma di governo e approvati dal Consiglio dei ministri, trincerandoti dietro l’eterea formula della «libertà di coscienza» per ottenere il sì dell’ex An Domenico Fisichella e la benevola «non partecipazione al voto» di Giulio Andreotti.
Finito? Macché: bisogna rincorrere el senador Luigi Pallaro, garantendogli soldi per le pensioni degli italiani all’estero che lo hanno eletto, per farlo tornare in aula all’ultimo minuto. E cooptare Marco Follini, eletto nell’Udc di cui è stato segretario fino a qualche mese prima, portandolo nel comitato fondatore del Pd e nominandolo poi nientemeno che «responsabile informazione».
La Rosa in pugno
E ogni volta che arriva in aula un provvedimento su cui il governo si gioca tutto, ecco che spunta un problema. Ci sarebbe da risolvere, per esempio, una questione semplice semplice congelata da un anno e mezzo. Otto seggi contesi al Senato per un’errata interpretazione della legge elettorale. La Rosa nel pugno guida la battaglia: ne reclama quattro. Ma una decisione in tal senso creerebbe scompiglio nell’Unione (il Pd perderebbe quattro seggi). Allora, et voilà, colpo di magia: quando tutto sembra pronto per decidere, la riunione della giunta delle elezioni viene improvvisamente sconvocata via e-mail e «rinviata a data da destinarsi». Motivo: il governo si sta giocando la sopravvivenza e chi perderebbe i seggi fa valere i suoi voti per rimandare. Tappata una falla, se ne apre un’altra. Bisogna far sbollire l’ira della sinistra estrema sul decreto sicurezza troppo «repressivo». Idea: inserire una bella norma anti-omofobia, che non c’entra niente ma fa comodo. Solo che la maldestra trovata manda in bestia i cattolici e mette a rischio il governo. Andreotti non vota la fiducia, la teocon Binetti si sfila e Prodi vede nero. In questo caso, come nel vecchio spot, «una telefonata allunga la vita». Da Palazzo Madama parte una chiamata (Latorre? Amato?) verso casa Cossiga. Il presidente emerito rinuncia alla lettura dell’Antologia di Spoon River e si precipita al Senato per il voto decisivo. Sull’ordinamento giudiziario, un anno prima, era stato Mastella a lanciare a Scalfaro il decisivo appello telefonico.
Certe volte, poi, gli arzigogoli parlamentari non bastano. I senatori battono cassa e bisogna accontentarli. Meno male che nella Finanziaria si trovano soldi per tutti: 20 milioni di euro per assunzioni di precari cari ai comunisti, 32 milioni per lisciare il pelo ai sempre utili senatori eletti all’estero, sconti benzina agli altoatesini per blindare i tre voti della Svp.
Miracolo quotidiano
Ma si può vivere così, a passare la notte con la Binetti per limare le mozioni sui temi etici come ha fatto la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che una volta si è sfogata: «Qui ogni giorno facciamo un miracolo»? O sempre con il cellulare bollente come fa il «buttadentro» Antonio Boccia, celebre per gli sms di perentoria convocazione ai senatori («questo è il momento che si va sotto: non muoversi!», «voti delicati: non allontanarsi e non accettare provocazioni»)? E a trepidare per ogni raffreddore o sciopero aereo? Ogni giorno un bollettino medico per fare la conta dei presenti. Due mesi fa, durante il voto sul decreto fiscale, Sergio Zavoli colto da un’improvvisa e violenta emorragia dal naso è stato costretto a votare con la testa piegata all’indietro e il fazzoletto sul naso. La presidenza aveva negato la sospensione dei lavori e il senatore ulivista non poteva proprio assentarsi. E allora tamponare, senatore, tamponare...
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it