Sms e telefonate strampalate per infangare casa Berlusconi

Tutte le anomalie dell'inchiesta di Napoli. Sui giornali sono finite frasi di una soubrette che non è neppure indagata ma cita Marina e Paolo

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Al telefono parlate il meno possibile. Limitatevi all’essenziale, convenevoli compresi. Continuate a voce, de visu. Perché ogni parola potrebbe essere usata contro di voi, anche se avete la coscienza a posto, anche se non occultate scheletri negli armadi, anche se non siete indagati, anche se mai vi hanno interrogato come persona informata sui fatti. Contro di voi, che non siete niente, possono tutto. Se siete sfigati interlocutori di persone più o meno importanti, in qualche modo collegate a persone un po’ più importanti di voi (a loro volta in contatto telefonico con l’utente più ascoltato d’Italia) sarete sputtanati a mezzo stampa. Matematico. E anche se non conoscete nessuna delle persone sott’inchiesta, e avete la disgrazia di aver scambiato due parole con qualcuno che queste persone le conosce, il vostro nome finirà nel tritatutto «mediatico-giudiziario» senza alcun riguardo per la privacy, la dignità, la vostra onorabilità.
Altro che macchina del fango. È la morale dell’inchiesta napoletana che si dovrebbe occupare di droga e banconote false, e che invece occupa le prime pagine dei giornali per gli sms a Silvio Berlusconi inviati dalla soubrette Sara Tommasi. Che non è indagata. Che non è mai stata interrogata. Che dopo esser stata intercettata nonostante fosse «parte lesa» è stata prima sputtanata sui giornali e poi (ieri) pure perquisita. Le parole della ragazza, stando ai 40 sms deliranti inviati in una notte a Paolo Berlusconi (che poi le fisserà un incontro con lo psicologo) forse andavano prese con le pinze. E non messe giù, una dopo l’altra, in mero ordine cronologico, come accaduto per i messaggini al premier. Ecco perché è assolutamente incomprensibile (o troppo comprensibile) capire perché quel che lei ha detto non solo al telefono delle persone indagate, ma soprattutto dal suo cellulare alle persone care (vedi la mamma), sia finito trascritto in informative che anziché restare custodite nei cassetti degli inquirenti, sono finite in edicola. Senza una scrematura. Senza un minimo riscontro documentale. Senza una finalità. Senza pietà.
Una barbarie. Roba da stato di polizia, non essendo stata contestata, né a Berlusconi e nemmeno alla Tommasi, alcuna specifica fattispecie di reato. E fa tenerezza leggere che la procura di Napoli ha avviato un’inchiesta sulla fuga di notizie (sic!) «che ha compromesso le indagini in corso - sono parole del capo dell’ufficio Lepore - danneggiando persone completamente estranee alle indagini». Fa tenerezza ricordando quel che accadde sempre a Napoli con le telefonate Saccà-Berlusconi pubblicate prima del deposito. Ormai il danno è fatto. Lo sputtanamento ha colpito non più, e non solo, Silvio Berlusconi. Ma l’intera famiglia. Il fratello Paolo, «colpevole» di aver inviato un sms di risposta alla ragazza dandole appuntamento non in una piazza dello spaccio ma nel suo ufficio di via Negri a Milano. A Pier Silvio, citato incidentalmente dalla Tommasi riguardo a terze persone a lui vicine (messo però in grassetto e maiuscolo, non sia mai sfuggisse ai cronisti). A Marina, che non avendo mai conosciuto la Tommasi e nemmeno la persona a cui la signorina invia un sms, dai giornali ha scoperto di essere stata accostata a non meglio precisati «giri squallidi» che l’interessata non ha mai frequentato, e che gli inquirenti non si sono preoccupati di riscontrare. Così come senza nessuna cautela, e senza usare il condizionale, hanno riferito che la scorta di Berlusconi ha prelevato a casa la Tommasi. Il tutto non perché sotto casa della ragazza vi fossero poliziotti appostati ma perché un personaggio intercettato amico della ragazza parlando al telefono dice: «Sono arrivate due macchine con le guardie del corpo di Berlusconi». E tanto basta. A nulla sono servite le smentite di Palazzo Chigi («mai nessun auto del presidente del Consiglio né del suo apparato di sicurezza si è recata a casa di chicchessia, tantomeno di Sara Tommasi»). Il messaggio è passato è ora serve a rafforzare la denuncia dello stesso tipo che fantomatici, anonimi, carabinieri avrebbero riferito al Fatto Quotidiano raccontando di aver dovuto scorrazzare starlette ad Arcore. Poco importa che una volta di più in mano alla stampa finiscano dati sensibilissimi e personali dei protagonisti non indagati. Se Annozero aveva dato in diretta metà del numero di cellulare del premier (quando l’altra metà era già nota) gli inquirenti napoletani dimenticano del tutto l’omissis e lo pubblicano in chiaro. Più chiaro di così: «Messaggio in uscita per l’utenza 335 (...) intestata e in uso a Berlusconi Silvio».