Snowboard azzurro storico trionfo di un bocconiano

Schiavon è primo in coppa del mondo in Canada. Laureato, per nulla bohémien. «E adesso posso persino... mangiare»

Maria Rosa Quario

Nome: Alberto. Cognome: Schiavon. Gara: coppa del mondo di snowboard. Specialità: SBX, con le maiuscole, che sta per snowboarder cross, la disciplina più spettacolare del mondo della tavola. Luogo: Whistler Mountain, Canada. Risultato: vittoria. La prima per lui, la prima per lo snowboard italiano nella stagione olimpica, la prima per un laureato alla Bocconi che all’età di 12 anni ha appeso gli sci al chiodo per colpa di allenatori che urlavano troppo e si è dedicato alla tavola con un sogno nel cassetto: partecipare un giorno all’olimpiade. E siccome la sua specialità è diventata subito l’SBX, che agli albori veniva praticata solo nel circuito professionistico ISF, slegato dalla federazione internazionale e quindi dal Cio, Alberto ha dovuto prendere una decisione e a 23 anni, appena laureato, si è dedicato anima e corpo alla sua passione. Vincendo ieri ha fatto un passo importante verso il sogno della sua vita sportiva.
E chi pensa che quelli dello snow siano tutti fuori di testa, fatti e fumati, è servito. Alberto Schiavon è figlio dell’ingegner Domenico, direttore generale della società degli impianti di Madonna di Campiglio, e dalla sua scheda emergono dati che lo dipingono come il più normale dei normali ragazzi di 27 anni: ama il colore grigio, tifa Milan, beve volentieri la birra e adora la polenta con il latte. Sogna una spiaggia bianca con le palme e l’Audi RS, impazzisce per Valentino Rossi, si veste sportivo e nel tempo libero lavora. Già, perché lo snowboard per lui è un hobby, nel senso che non gli dà da vivere. E siccome Alberto non vuole pesare sulla famiglia, che pure sarebbe disposta a sostenerlo verso il suo sogno, lui fa il team manager del team Arnette (occhiali) con il compito di ingaggiare atleti nel circuito dello snowboard.
La sua prima vittoria è arrivata con un pizzico di fortuna, un po’ come è successo a Rocca domenica in slalom: ma dove si andrebbe nella vita e nello sport senza un po’ di fortuna al momento giusto? È successo che nella manche finale della gara, i quattro atleti più forti della giornata schierati al via - partenza in linea, lotta gomito a gomito, salti, curve, spinte, a volte colpi proibiti -; è successo che l’atleta americano che stava al comando, Nate Holland, è andato lungo e Alberto, che lo seguiva, ne ha approfittato. «Ho fatto gli ultimi trenta metri prima del traguardo urlando come un pazzo» ha raccontato al telefono al padre pochi minuti dopo il trionfo, e nelle sue parole c’era tutta la gioia trattenuta troppo a lungo. Alberto Schiavon non è mai stato molto fortunato. Vero che si è scelto uno sport pericoloso, ma non è da tutti collezionare, in soli tre anni, fratture a spalla, piede, tallone e mignolo prima di prendere una gran botta alla testa, lo scorso novembre a Saas Fee, che lo ha fatto restare in coma per mezz’ora.
E così, lo snowboard italiano che già poteva contare su atleti affermati e vincenti come Simone Malusà nell’SBX e Giacomo Kratter nell’half pipe, ha una pedina in più nella corsa alle medaglie di Torino 2006. Atleti che girano pagandosi i pranzi, perché i viaggi sono offerti dagli organizzatori delle gare di coppa del mondo e l’albergo lo paga la federazione, ma il vitto no. Quello esce dalle tasche degli atleti con il risultato che «quando vinciamo ci abboffiamo, quando perdiamo facciamo la dieta». Alberto ne ha fatta anche troppa di dieta, finora, «devo ingrassare», confessa dai sui 70 chili distribuiti su 180 centimetri di altezza e forse, da qui all’olimpiade, potrà permettersi di mangiare un po’ di più.