Una soap-opera in salsa giamaicana

«Il frutto del limone» di Andrea Levy manca di profondità psicologica e descrive un razzismo a senso unico

Nella canzone di Will Holt citata da Andrea Levy in Il frutto del limone (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 403, euro 19, traduzione di L. Prandino) gli alberi di limone sono belli, i loro fiori sono dolci, ma il frutto è immangiabile. Invece nel libro - seconda pubblicazione in italiano per l’autrice, dopo il pluripremiato Un’isola di stranieri - l’albero intorno a cui ruota tutto non è l’agrume, ma quello genealogico; i fiori sono quelli sgargianti della Giamaica; e il frutto del viaggio della protagonista è un racconto a tratti gustoso, ma non del tutto convincente.
La storia è raccontata in prima persona da Faith Jackson, ragazza di origini giamaicane nella Londra di fine anni Settanta. La sua crisi personale dovuta a episodi di razzismo divide il libro a metà. Prima di quel momento la sua vita scorre monotona tra la famiglia, la nuova casa, il nuovo lavoro. Non mancano le situazioni divertenti né le figure strampalate - non tutte, però, si salvano dal cliché - come il costumista omosessuale avido di barzellette o il fratello che «non aveva mai pulito una stanza perché la mamma aveva decretato che “gli uomini non vedono la polvere”».
Ma improvvisamente il razzismo della società - anche di quella cosiddetta buona - si abbatte su di lei, la ferisce e la fa crollare. La sua crisi personale, a cui i genitori propongono di porre rimedio con un suo «ritorno alle origini», viene inquadrata all’interno del conflitto razziale irrisolto tra i bianchi inglesi e i neri giamaicani. Un fenomeno che affonda le radici nella stessa Giamaica, ex colonia britannica dove Faith scopre che nel corso del tempo il sangue dei coloni scozzesi e irlandesi si è infiltrato in quasi tutte le famiglie, spargendo sull’isola caraibica una moltitudine di meticci e di cognomi imperiali.
Nella seconda parte del libro l’attenzione di Faith è tutta rivolta alla ricostruzione del proprio intricatissimo albero genealogico, che si infoltisce racconto dopo racconto. La storia si snoda piacevolmente tra i suoi rami, con bozzetti vivaci ed efficaci nel tratteggiare caratteri e tipi umani diversi e scelte di vita antitetiche. L’incedere è simile a quello di una soap-opera, con una serie interminabile di figure bizzarre, di capovolgimenti, di passioni, di matrimoni, di tradimenti, di meschinità, di sevizie, di destini tragici o radiosi. Il linguaggio imita spesso e volentieri il parlato, abbondano dialoghi e monologhi dominati dallo humour.
Il libro, però, presenta due spiacevoli lacune. Una è la mancanza di interiorità dell’io narrante. L’autrice non ci trasporta nei meandri della coscienza di Faith, e ciò rende il personaggio quasi bidimensionale, privandolo troppo spesso di una dimensione fondamentale: la profondità. Perfino la sua finale presa di coscienza, con l’albeggiare di un riscatto, rimane confinata in una breve arringa poco convincente. La seconda lacuna è l’assenza totale del razzismo dei neri verso i bianchi, benché nella realtà giamaicana - e ci aspetteremmo che fosse così anche nella realtà romanzata - sia altrettanto drammatico di quello dei bianchi verso i neri.