Sobrio e gentile per riscoprire il nostro privato

Viviamo in tempi di sostanziale afasia, ma camuffata, Simona Ventura docet, da una logorrea starnazzante e fracassona. Perciò suona felicemente eversivo questo cidì in cui James Taylor, menestrello bostoniano classe '48, si ripropone nella sua migliore maniera: a mezza voce, solito stile ammiccante, nel segno d'una sobrietà che non teme di arrendersi, talora, nel nobile tedio, ma che reintroduce nel nostro mondo, esagitato e vaniloquente, un'interiorità che si temeva smarrita.
Dunque ben venga questo One man band, quarant'anni di mitica carriera musicale sunteggiati in concerto in un teatro del Massachusetts, su disco e in un divudì diretto da Don Mischer e prodotto, nientemeno, da Sydney Pollack.
Riecco dunque il Taylor che preferiamo: quell'affidarsi alla rotondità della melodia - esaltante You've got a friend - con complice abbandono, quella gentilezza agrodolce, quel garbo inesorabile nello svelare movimenti e sommovimenti del cuore, patemi adulti e stupori adolescenziali in opposizione all'età (sicché Never die young, secondo brano del disco, diventa una sorta di manifesto programmatico).
Lo stile, come sempre rilassato a melanconico, bandisce gli eccessi: il sorriso è sempre tenue e lo spleen è appena un'ombra. Grazie a una vocalità senza impennate e a una chitarra splendidamente suonata, ma refrattaria alla platealità, qui al servizio della poetica molto americana dell'«one man band», appunto: del viandante che trascina in giro la sua musica come una casa portatile, senza tradirne mai la nuda essenzialità. Conscio che fantasmagorie e ridondanze sonore non occorrono, bastando la magia combinata di testo, melodia e armonia a raccontare un mondo. E allora una chitarra o al più un pianoforte (Larry Goldings, prezioso) sono sufficiente supporto, onde il fasto della confezione non soffochi la suggestione dei contenuti.
Poi c'è un coro, ma così discreto che sembra una mera estensione della voce solista, un'ombreggiatura in più. E in questa cornice viaggiano il blues decantato di Mean old man e il lirismo nostalgico di School song, il piglio stradaiolo di Country road" - omaggio sottotraccia a Pete Seeger, con quelle sonorità banjoistiche? - e il calypso mite di My traveling star. Non senza rare concessioni ad un'epicità più esplicita: in Slap leather e in Steamroller blues, col brusco sincopato dell'Hammond e il ritmo tosto, esaltato dai battimani.