Il soccorso dei grandi non credenti

Quando uscì La rabbia e l'orgoglio litigai fino alla rottura con un amico (carissimo quanto intelligente), sdegnato perché leggevo un simile «libraccio», per di più di «quella». Oriana Fallaci infatti era diventata, dopo quel libro, un paria addirittura innominabile per chi sembra sempre disposto a accettare tutte le culture, quali che siano, tranne la propria. L'accusa più zotica e sbagliata che le si faceva, e le si fa, è di «razzismo»: abusando così uno stereotipo mentale per cui è razzista, o almeno xenofobo, chiunque si permetta di sottolineare le differenze fra i popoli, le nazioni, gli individui, le civiltà, le religioni. E dire che basterebbe un vocabolario qualsiasi, in mancanza di una coscienza o del buonsenso, per capire che il razzismo non ha niente a che fare con giudizi che non sono genetici, bensì realisticamente antropologici e culturali.
La denuncia di Oriana Fallaci del pericolo che il mondo islamico può costituire per l'Occidente non aveva niente di razziale, razzista o xenofobo. Da giornalista, conosceva bene il mondo musulmano, e l'aveva criticato in modo «politicamente corretto» fino all'attentato contro le Torri Gemelle: solo chi ha vissuto sotto quei due grattacieli sa cosa possa avere provato vedendole sfondate, arse, crollate con tutto il loro pacifico contenuto di esseri umani. Ma che fossero diventate un simbolo orgoglioso del mondo occidentale contava soprattutto per chi le attaccò, e La rabbia e l'orgoglio non fu affatto una reazione emotiva a quello che poteva sembrare soltanto lo sciagurato successo di un gruppo terroristico. La Fallaci capì bene il rischio che l'estremismo della jihad finisca per fare leva sulla povertà del mondo islamico e sui ricchissimi dittatori che in buona parte lo guidano; sulla potenziale violenza convertitrice e conquistatrice di una religione che non ha ancora avuto un suo Illuminismo; su quell'«Islam moderato», insomma, che se vorrà rimanere tale dovrà fare i conti - prima e più sanguinosamente di noi - con i numerosissimi fanatici che vedono in Bin Laden un santo e un eroe. Non a caso Oriana Fallaci si mise subito in contatto con Ida Magli, che già in Per una rivoluzione italiana (1996) denunciava i pericoli di una nuova invasione islamica solo all'apparenza pacifica. E condivideva con l'associazione www.italianiliberi.it, fondata dalla Magli, la convinzione che l'Europa si trovi in una situazione simile a quella del 1938, della conferenza e del Patto di Monaco, quando le democrazie cedettero a Hitler sperando nella sua grata benevolenza.
La rabbia e l'orgoglio, come il successivo La forza della ragione, è uno di quei libri capaci di portare le idee fin dove si vuole farle arrivare. Di grande scrittura e passione, contiene tutta la durezza polemica, anche eccessiva, necessaria per imporre una discussione che suonava e suona sgradevole a un buonismo sempre e comunque conciliante. Nati durante il papato di Giovanni Paolo II, che amava ripetere «siamo tutti figli di Abramo», quei libri assumono una nuova luce con un papa come Benedetto XVI, che ha voluto sottolineare la gigantesca differenza fra due religioni. Accade, a volte, nella storia, che siano proprio dei grandi non credenti a andare in soccorso alla Chiesa: Oriana Fallaci ha fatto anche questo.
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