Il socialismo rimasto senza socialisti

In questi giorni è apparso sulla Repubblica, un articolo di Marc Lazard intitolato: «Il socialismo tormento dei socialisti». Una riflessione approfondita e molto argomentata che sollecita alcune considerazioni e pone qualche quesito. Chi sono, ad esempio, i socialisti «tormentati»? Abituati alla vecchia geografia politica italiana, verrebbe da pensare che tale riferimento riguardi i militanti, i dirigenti dell'ex Psi, protagonisti di una grande diaspora ed incapaci di riaggregarsi. Oppure che la questione interessi quanti si dichiarano socialisti e riformisti: ma non hanno inteso, pur cambiando spesso nome, definirsi ufficialmente tali. E per i quali, in realtà, il socialismo risulta essere un espediente tattico prima che una cultura politica.
In realtà ha ragione il politologo francese quando afferma che il socialismo si è sempre adattato alla realtà: in questo, distinguendosi dalla tradizione comunista il cui approccio (come insegna François Furet) nasce da un'ideologia predeterminata entro cui costringere la realtà stessa. Il socialismo, in effetti, rifiuta senza mezzi termini l'idea dell'esistenza di una oligarchia (sia pure avanguardia consapevole o «Partito Democratico») cui spetta di dettare la linea alla quale deve uniformarsi l'intera collettività: perché esso parte dalla base, non dal vertice. E muove dalla considerazione che la democrazia non è oligarchia o mito: ma è il risultato dell'impegno individuale e collettivo per affrancare i meno privilegiati dalla povertà materiale e culturale (Matteotti, Direttive del Partito Socialista Unitario, 1923), assicurando loro un futuro di libertà in una società organizzata e fatta di regole nella quale, però, sia libera in ogni settore l'iniziativa del singolo.
Lo stesso articolo 3 della Costituzione, ha come obiettivo dell'azione pubblica la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Ma come si rimuovono tali ostacoli? Come si favorisce il progresso economico e sociale di un Paese? Prima che dalla storia del socialismo (in Italia, Francia, Austria, Germania) si distaccassero le frange anarchiche e massimaliste, la risposta al quesito consisteva nell'alternativa tra riforme e rivoluzione. Ci ha pensato la drammatica storia dell'illusione rivoluzionaria ad indicare nelle riforme lo strumento più autentico e caratterizzante dell'agire politico socialista: improntato al perseguimento convinto della democrazia «sostanziale»; un ideale che, nel secondo dopoguerra, ha ispirato la costruzione di tutti i sistemi di welfare in Europa.
Scomparso il Psi sono dunque anche scomparsi questi ideali, questi punti di riferimento? O il riformismo è stato acquisito come cultura politica da chi, soprattutto in Europa, sostiene di rappresentare una forza socialdemocratica moderna? La risposta non è particolarmente complessa: i socialisti ci sono ancora, gli ideali socialisti sono il loro punto di riferimento. Ma per essere credibili, quando si sceglie un percorso che contraddice la propria, documentata, sbagliatissima storia, occorre affrontare con coraggio ed il massimo di chiarezza la rivisitazione del proprio passato, degli errori commessi. Ad oggi, però, di tutto questo non c'è traccia, anzi: si è passati con disinvoltura da un capitolo all'altro della nostra storia solo con cambiamenti di facciata. Così, tra partiti politici scomparsi ed altri sottoposti a maquillage, la cultura riformista è divenuta un semplice enunciato, a volte persino imbarazzante, e le riforme necessarie al Paese, fumosi obiettivi da raggiungere. Fra i tormenti della gestione dell'attuale maggioranza e della correlativa gestazione del partito democratico, ad esempio, non risultano indicati a chiare lettere obiettivi che il governo Berlusconi ha cercato invece di raggiungere. Le riforme avviate nei settori del lavoro, dell'istruzione, dell'ordinamento giudiziario, l'avvio delle grandi opere, l'impostazione di una rinnovata politica dell'approvvigionamento energetico e la modernizzazione del welfare sono state scandite da altrettanti provvedimenti che oggi si dichiara di voler destrutturate arrestando un cammino di sviluppo e modernizzazione del Paese già intrapreso. E sul quale si poteva discutere, intervenire; ma che non si doveva né negare, né cancellare.
Invece, nel dibattito sul nuovo partito democratico, sembrano prevalere su tutto elementi molto simili a quelli che hanno sempre caratterizzato il compromesso storico. Mentre sembra passato un secolo (ma eravamo negli anni Novanta) da quando l'alternativa riformista si confermò, dopo decenni di travaglio storico, come l'unica via per «uscire dalla crisi e governare il cambiamento». Quando Craxi, nel suo intervento al Congresso socialista di Bari del 27 giugno 1991, propose di impostare su basi nuove la prospettiva dell'unità dei socialisti. Ma quel ragionamento politico, quella prospettiva, non hanno avuto seguito. I primi atti della nuova maggioranza indicano infatti un cammino senza identità, che rimette indietro le lancette della storia rispetto alle stesse democrazie europee. E quando, nel corso del varo di una finanziaria, si affigge un manifesto in cui è scritto «anche i ricchi piangano» c'è di che preoccuparsi. Il governo Berlusconi aveva impostato la sua azione su una strategia riformista, senza pregiudizi di ordine ideologico ma con il solo scopo della ripresa economico sociale del Paese. Ora il futuro si presenta inquietante: il risultato del connubio tra chi si autodefinisce socialista e riformista e chi vuol far piangere i ricchi (ma soprattutto il ceto medio) è sotto gli occhi di tutti. Alle incerte, allarmanti prospettive sociali si aggiunge un futuro politico confuso e preoccupante. Tanto più in presenza di una finanziaria che delega ad un'oligarchia contraddittoria e raffazzonata, il controllo della vita e del futuro dei cittadini. Con il determinante contributo di chi ha cambiato tante volte nome ma è rimasto una sola cosa: socialista senza socialismo.
* deputato di Forza Italia