Socialisti, serve un’operazione verità

Pietro Mancini

È, certamente, vero che le scelte politiche non dovrebbero mai essere condizionate dal rancore, dalla voglia di restituire il colpo a quanti, come gli ex comunisti, sono ritenuti, da Stefania Craxi e da molti ex militanti ed ex elettori del Psi, colpevoli di aver sciolto i socialisti nei tribunali. Tuttavia, la decisione di Bobo Craxi e di un drappello di dirigenti del nuovo Psi di imbarcarsi nell'Unione, dopo aver concordato l'operazione direttamente con Piero Fassino, non riesce affatto a nascondere il tentativo, furbesco e insincero, dei Ds di archiviare la «questione socialista», senza procedere a una difficile e indispensabile operazione di verità sulla storia, sui meriti e anche sugli errori, non lievi, del Psi e dei suoi dirigenti. Non sarebbe la prima volta che gli eredi del Pci - tentano di rifarsi il trucco, sfruttando le divisioni e le debolezze dei socialisti. Stavolta, fallito, tragicamente, il disegno di Bettino Craxi di fare del Psi il partito-guida della sinistra, come riuscì in Francia a François Mitterrand, sarebbe, tuttavia, molto grave, oltre che paradossale, se un semplice accordo elettorale, anzi una prova tecnica di annessione, venisse presentata, trionfalmente, come la fine della diaspora socialista. E proprio dalla formazione politica che continua ad annoverare, tra i suoi dirigenti più influenti, alcuni tra i corresponsabili, tutt'altro che pentiti, della fine traumatica del centenario partito dei socialisti italiani. Qualche mese fa, su queste colonne, avevamo invitato i capi dei cespugli socialisti a non preoccuparsi, esclusivamente, di difendere i loro piccoli spazi e i collegi elettorali, nel Polo e nell'Ulivo, lavorando per unire, in una formazione liberal-socialista-blairiana, lo Sdi di Boselli, il nuovo Psi di De Michelis e i radicali di Pannella. Purtroppo, sono stati fatti solo modesti e incerti passi in quella direzione, anche a causa delle difficoltà, dovute all'attuale legge elettorale che non favorisce i piccoli partiti e che difficilmente sarà modificata prima delle politiche del 2006. Ma, in presenza di tale stallo, e in assenza di alcun segnale di «discontinuità» dei capi del primo partito del centrosinistra, rispetto ai tanti nodi, politici e storici, tutt'altro che sciolti, non appare convincente, né tanto meno risolutivo, il passaggio di Bobo Craxi e di altri parlamentari, già alleati di Berlusconi e legittimamente desiderosi di mantenere il seggio, alla corte del Professore. Dove sono stati accolti in modo tutt'altro che entusiastico, e non solo dallo storico «nemico» di Bettino, Tonino Di Pietro.
Enrico Boselli, rispondendo cortesemente ad alcune nostre critiche sull'eccessivo timore reverenziale dello Sdi nei confronti di Prodi e dei Ds, ha rivendicato il coraggio, dimostrato da lui e dai suoi amici, nei difficili anni post Tangentopoli. Ma, questo coraggio, i socialisti dell'Unione potrebbero tornare a dimostrarlo, nei prossimi mesi, mettendo da parte timidezze e complessi di inferiorità e alzando la voce sulle tante questioni, di cui né il Professore, né i leader della Quercia parlano mai. Perché Boselli e Bobo Craxi non chiedono di inserire, nel programma di governo dell'Unione, la conferma della legge Biagi sul mercato del lavoro, che costò la vita al professore emiliano, sempre fermo nella difesa del riformismo, quello dei fatti e non delle chiacchiere? E, sulla giustizia, i socialisti lasceranno, senza batter ciglio, che le idee-guida siano quelle di Luciano Violante e di Gian Carlo Caselli? Oppure metteranno in guardia il centrosinistra dal ripercorrere strade avventurose, come quelle propugnate dai seguaci dei neogiustizialisti Occhetto, Violante e Di Pietro, che ne provocherebbero la divisione e l'indebolimento? Insomma, una dignitosa ripresa di un ruolo politico più incisivo, per i socialisti, non passa dall'anticamera del Botteghino e dal postular collegi e strapuntini agli eredi di Togliatti e Berlinguer. Che continuano a guardare, purtroppo, con freddezza e ostilità, alla storia, alla cultura, alle vicende e ai drammi dei socialisti. Dovrebbe, invece, passare dall'impegno, serio, e dalla sollecitazione ai nocchieri dell'Unione a costruire, con programmi moderni e con leader nuovi e meno legati al passato, una sinistra moderna, effettivamente socialdemocratica, una mitterrandiana e blairiana, e non già zapatera, forza tranquilla.