«È una società che rifiuta il domani»

Una lancinante paura del domani e un ostinato rifiuto del futuro: che in un’ottica di culture pop si traduce in un’inguaribile nostalgia. È quello che sta accadendo attorno a noi, almeno per Ivo Germano, sociologo della Comunicazione dell’università del Molise, 42 anni, studioso dei cambiamenti del costume e della società.
Un inquietante revival del passato.
«Ma che non è iniziato adesso. Da almeno cinque-sei anni nella moda, ad esempio, impera il vintage, il capo d’epoca. C’è comunque un dato culturale preciso: che la nostra è una società incapace di reggere psicologicamente il domani e preferisce rintanarsi nella cuccia, comoda e rassicurante, del passato. Che si tratti dello zig zag tra decenni di Carlo Conti o della fiction dei fratelli Vanzina sul Piper».
Un eterno “come eravamo”...
«Piuttosto un agrodolce “non saremo mai più”... In un’epoca come quella attuale si mischiano due piani: l’autoreferenzialità, per cui ognuno di noi si ricostruisce il proprio passato ritagliando spezzoni a piacere; e le nuove tecnologie interattive che diventano piattaforme di condivisione di ricordi come i fan degli Abba o degli Ac/Dc che si ritrovano su internet».
E la cosa ci rassicura psicologicamente. Poi però c’è l’aspetto commerciale.
«Certo, il recupero è anche fatto in un’ottica di consumo: si dà un’aura di sublime a una scheggia di passato per farlo diventare moda, e quindi appetibile commercialmente. Con effetti paradossali: il ventenne che scarica dal web una canzone come Enola Gay che ballavo io alla sua età, e così il corto circuito è completato... ».
Cosa ci dobbiamo aspettare?
«Il tempo del ricordo, cioè qualcosa che fissa l’istante, che ha la meglio sul tempo della memoria, che invece ha in sé il senso della durata».
Le conseguenze?
«Un torcicollo delle idee. Doloroso e improduttivo».