La società incivile

Il 25 aprile della concordia e della pacificazione: così, almeno, s’era detto. A metà pomeriggio, seguendo il lungo corteo, mi trovo dietro al Duomo, dov’è annunciato l’aggancio di Prodi: il mio compito è raccontarne l’apoteosi milanese sul giornale. Nell’attesa, ecco all’improvviso una feroce agitazione. Sbucando da una selva di pesantissimi insulti e di gesti portuali, una signora rimpicciolita dalla folla furibonda spinge a fatica un anziano signore seduto in carrozzella.
Lì di fianco, sotto i portici del lussuoso shopping milanese, un bambino strattona la mamma che lo tiene per mano: anche lei, distinta e ben vestita, è intenta a scomodare tutti i santi del calendario contro la donna che spinge la carrozzella dell’infermo. La domanda risuona innocente e ingenua come gli otto anni di chi la pone: «Mamma, ma non fa pena quella signora?». La mamma, voltandosi di scatto, trascinando il bambino per non perdere il meglio della gazzarra, risponde con pochissime parole: «Quale pena: quella è la Moratti».
Lo so che l’episodio può sembrare inventato. Piacerebbe anche a me che fosse un aneddoto di fantasia, o che me l’avesse riferito un bieco reazionario in vena di propaganda bugiarda. Invece non è così. Purtroppo - purtroppo soprattutto per il bambino - l’episodio è vero. L’ho raccolto casualmente, assieme a tanti altri della strana giornata milanese. Dall’altra sera, però, mi torna in mente soltanto questo. E puntualmente mi si presenta davanti una semplice domanda: in quale Paese sta crescendo questo bambino, lui e tutti quanti gli italiani di domani?
Come rispondere: restando fermi alle istantanee altamente simboliche del 25 aprile, questo è un Paese dove non si rispetta più un ministro (e pazienza), dove non si rispetta più una donna (e pazienza), dove non si rispetta più un vecchio combattente della Liberazione poi deportato a Dachau (in questo caso, la pazienza è un po’ meno facile). Eppure, c’è di peggio. Il Paese di quel bambino è popolato da gente che sfila in difesa della pace, della libertà e della democrazia, ma che tragicamente non coglie la minima contraddizione, la minima incoerenza, il minimo lato assurdo, nello sfogare le pulsioni più basse contro una donna e contro il suo anziano padre reduce dai campi di sterminio.
È normale, tutto questo? La pietosa verità è che sta diventando sempre più normale, nonostante resti in sé aberrante. E quest’ultimo 25 aprile, ricorrenza emblematica di un certo spirito nazionale, lo rivela nel modo più avvilente. Rispetto al solito, c’è una grave novità. Il solito erano gli autonomi, qualche centinaio di metri più indietro, che manifestavano a modo loro contro tutti, da Pezzotta alla stessa Moratti, concludendo l’operosa giornata di lavoro con il rogo dei simboli ebraici. Orrore anche questo, ma senza il minimo connotato della sorpresa: gli autonomi quelli sono da quarant’anni, e quelli resteranno sempre. Molto più choccante resta invece la fenomenologia della contestazione ai Moratti: ad insultare e a spintonare non erano autonomi, ma normalissimi rappresentanti della mitizzata società civile. Pensionati, piccoli sindacalisti, madri di famiglia: tutti con la iugulare turgida, paonazzi di rabbia e di esaltazione, liberi (liberi?) finalmente di umiliare lo sconfitto.
Certo, bisogna essere realisti: per qualcuno la Moratti può anche essere un pessimo ministro della scuola. Ma se qualcuno ha dei risentimenti, quando sfila può evitare di applaudirla. Può ignorarla. Meglio ancora, per usare un verbo molto citato e totalmente sconosciuto: può tollerarla. Così dovrebbe essere in un’altra Italia, diciamo pure nell’Italia che non c’è. Ecco, sia detto per inciso: se una colpa ha il ministro Moratti, è aver puntato troppo su una scuola inglese e informatica. Di fronte a questo spettacolo, forse, capirà quanto invece sarebbe importante imporre nei programmi la lettura di utili libretti come Il trattato sulla tolleranza, scritto nel 1763 da un tizio chiamato Voltaire, che racconta quali danni - persino un’esecuzione capitale - possa produrre l’impeto dei pregiudizi e del fanatismo...
Ma in ogni caso, restando ai fatti: per certe date, come il 25 aprile, non dovrebbe neppure rivelarsi necessario scomodare i padri del pensiero. Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma soprattutto alle mamme che ci portano i bambini, come persino un ministro sgradito abbia il diritto di sfilare serenamente, avendo condiviso da sempre i valori della ricorrenza. Invece non è così. Mentre gli autonomi sbrigano col solito rigore il proprio rituale distruttivo, la cosiddetta Italia perbene liberamente esprime tutto il peggio di sé. La sua incapacità ad accettare, a condividere, a confrontare. Così, questo 25 aprile diventa una giornata che segna mestamente il nostro tempo. Prodi parla di unità e di pacificazione nel Paese, ma l’unico messaggio che emerge nitidamente dalla grande adunata è qualcosa di gelido e di tremendo. Il messaggio di una madre. Nessuna pietà, bambino: impara ad odiare.