Le società si ribellano al commissario

Respinta l’ipotesi di commissariamento. Berlusconi: «Guai se anche la Lega cadesse in mano alla sinistra»

Franco Ordine

da Milano

«Dopo la nomina di Borrelli, guai se Galliani abbandonasse la Lega, perché anche la Lega cadrebbe sotto il controllo della sinistra. Uno si deve dimettere se non ha agito con limpidezza e trasparenza». Parole di Silvio Berlusconi e così come auspicava, Adriano Galliani è rimasto presidente della Lega professionisti. E fin qui, niente di nuovo sotto il sole di Milano: era stato deciso al culmine dell’incontro a colazione a casa Zamparini. La novità, clamorosa, è spuntata fuori a metà pomeriggio. Invece di procedere verso una strategica ritirata, Galliani ha riscosso un successo inatteso tra i suoi elettori. I presidenti di serie A e serie B (unico club assente, la Juventus, Sant’Albano ha motivato la sua assenza con una telefonata), hanno preparato e sottoscritto un documento col quale hanno respinto al mittente le tentazioni (eventuali) del professor Guido Rossi e dei suoi sostenitori di commissariare anche la confindustria del pallone. In un comunicato, scritto in perfetto politichese, hanno infatti ribadito «la propria totale autonomia organizzativa e decisionale». Provvederanno da soli e da subito (prima riunione il 12 giugno) a riscrivere le nuove regole e a definire i nuovi connotati della «governance». Lavoro da esaurire entro l’estate per indire, a settembre, nuove elezioni. «Nel caso la presidenza della Lega fosse dichiarata incompatibile con la carica di vice-presidente del Milan, me ne andrò ma si tratterà di una intervenuta incompatibilità» è la frase ripetuta con martellante precisione dall’interessato. Che ha scelto la linea del Piave, resistere tre volte, specie adesso che la presenza di Rossi e Borrelli hanno dato una connotazione politica alla vicenda.
Con Galliani si sono schierati 40 presidenti su 41 presenti all’assemblea, compatti come un sol uomo. Il rappresentante di Della Valle, l’avvocato Carlo Montana, si è astenuto. E Zamparini, il vice, espressione dell’opposizione, ha ribadito: «Se entro agosto non ci sarà il nuovo regolamento, io lascerò». Le solite dimissioni postdatate mai formalizzate. «Chiedere le mie dimissioni per quel che è successo nel calcio italiano è come reclamarle da Campana per il fatto che alcuni calciatori hanno scommesso. Io rispondo del piccolo segmento di attività della Lega, in quel piccolo segmento il funzionamento è fuori discussione» così Galliani ha risposto parlando anche al professor Rossi, «a cui ho spedito un messaggio augurale senza ricevere alcuna risposta», la segnalazione del presidente della Lega. Sul punto si è ritrovato al fianco presidenti di B battaglieri, come Ruggeri (Atalanta) e Corioni (Brescia) che pure non gli mai risparmiato feroci critiche. Fuori dagli uffici in zona stazione centrale, un gruppo di ultrà atalantini, ha fatto sentire la sua voce e la sua protesta, «truffati e ingannati». Sono arrivati quelli della Digos per disperdere il gruppetto.
Alla fine Galliani ha messo in fila una serie di altri no. Ha detto no alla tutela politica, «siamo un’associazione privatistica»; ha detto no agli arbitri stranieri, «sono favorevole allo scambio, dobbiamo trovare altri Collina, chi ha sbagliato dev’essere punito»; ha detto no alla cancellazione delle spa, «non capisco il nesso tra lo scandalo e il tipo di società, comune a tutto il calcio europeo e mondiale»; ha detto ni ai diritti collettivi, «rispetterò la legge del Parlamento ma il problema è il metodo di divisione non il criterio di trattativa», ha annunciato l’intenzione dei presidenti di richiedere i danni subiti per lo scandalo, «si farà dopo il pronunciamento della giustizia ordinaria» la chiosa. Sarà un altro filone. Solo sulla politicizzazione, Galliani è rimasto in silenzio. Ma ha una voglia matta di cantarle. Da domani si rimette in trincea.