Soffiantini, da vittima a mecenate del rapitore

Ora qualcuno dirà che sta diventando una moda. E magari si chiederà, scuotendo il capo e levando gli occhi al cielo, «dove arriveremo, con questo buonismo dilagante?». Perché dopo l’imprenditore mantovano che giorni fa ha offerto un lavoro a due sprovveduti disoccupati, improvvisatisi rapinatori e arrestati nel maldestro tentativo di rapina nella sua fabbrica, ieri le agenzie hanno battuto un’altra notizia per certi versi analoga. Ma al tempo stesso fondamentalmente diversa. Perché se la prima, priva com’era dei toni della tragedia, ci aveva permesso di sorridere, questa è di quelle che ci impongono di pensare.
Anzitutto perché si tratta di una vicenda quasi «antica», pur se di soli dieci anni fa, ma diventata tale per via dell’incalzare assunto dal frenetico succedersi dei fatti di cronaca. E ci impone di pensare soprattutto perché è una storia scritta col dolore, scandita dall’angoscia e intrisa di sangue. Eppure la notizia è che proprio Giuseppe Soffiantini, l’imprenditore di Manerbio, nella bassa bresciana, prigioniero per 237 terribili giorni (dal 17 giugno ’97 al 9 febbraio ’98) di una banda di feroci sequestratori, si è speso in prima persona per far pubblicare un libro di poesie scritte dal suo rapitore e carceriere Giovanni Farina. «L’intenzione - ha spiegato Soffiantini, che ha curato anche l’introduzione del volume - è di mettere in luce gli aspetti più profondi di un’anima tormentata che sente comunque il richiamo verso i valori positivi nell’umana esistenza».
Parole che impongono appunto di pensare, che potranno forse urtare qualche sensibilità, ma che richiedono attenzione e rispetto. Anche perché sono parole che non stupiscono, in bocca all’imprenditore di Manerbio. Il quale, in un’intervista a un settimanale cattolico, due anni dopo il sequestro, si era già spiegato, mettendo le mani avanti. Quasi a tappare la bocca alle critiche subito circolate per quelle che erano state le sue immediate e spontanee parole di perdono verso chi lo aveva rimandato alla sua famiglia, dopo tutto quel tempo, con entrambi i lobi delle orecchie mozzati a vivo.
«Il buonismo è un atteggiamento sciocco», disse allora come premessa Soffiantini, aggiungendo però subito dopo che «il perdono è un dovere per un credente e una necessità per tornare a vivere». E grazie alla fede, appunto, lui ha potuto farlo.
Più difficile, con tutta probabilità - ed è giusto così - sarà il percorso verso la vita di Farina, condannato per quel sequestro a 28 anni di carcere e attualmente in attesa della sentenza anche per l’omicidio dell’agente dei Nocs Samuele Donatoni, rimasto sull’asfalto dopo un conflitto a fuoco nel corso di un tentativo di liberare proprio l’imprenditore bresciano.
Per ora ci sono queste 55 poesie, scelte dallo stesso Soffiantini tra le 300 che Farina gli ha inviato con una lettera-preghiera, anch’essa pubblicata nel libro di 72 pagine edito dalla Compagnia della Stampa, Massetti-Rodella Editori (www.lacompagniamassetti.it) di Roccafranca (Bs) che sarà in libreria dal prossimo 5 novembre.
«Vorrei avere una culla per poter sognare, per poter vedere gli occhi di una bimba che illumini i miei pensieri con la parola padre», ha scritto in quella lettera il carceriere al suo ex prigioniero, implorandolo di aiutarlo a coronare il sogno di vedere i suoi versi sulla carta. Un messaggio che il Soffiantini uomo d’impresa, ma soprattutto il Soffiantini uomo di fede ha fatto suo, favorendo la pubblicazione di queste poesie ruvide e scarne dove non sembra esserci traccia d’amore, di luce e di sorrisi. Le cose belle della vita che qui non ci sono, ma che si possono intuire nell’insanabile nostalgia di chi le ha perdute.
Ma non per sempre, sembra sperare Soffiantini. «Nelle carceri bisogna lavorare per il recupero attraverso la scuola, lo studio, il lavoro», dice lui. Parole che in bocca a un qualsiasi Solone da dibattito tv non meriterebbero attenzione. Parole che è anche umano non condividere. Ma parole che pronunciate da lui, che dall’inferno ci è passato e ne è tornato, richiedono rispetto.