Una "soffiata" di Visco. E il premier scoprì di essere finito nella rete

L’esponente Ds girò anche a Prodi la sua denuncia contro i 128 accessi fiscali. Ma c’era anche quello disposto dai Pm

Gianmmarco Chiocci e Gianluigi Nuzzi
I numeri sono un’opinione. Vincenzo Visco nella denuncia presentata lo scorso 27 settembre in Procura a Milano aveva indicato 128 soggetti, tra finanzieri e impiegati, che avevano consultato l’anagrafe tributaria su Romano Prodi e consorte. L’elenco gli era stato fornito dall’agenzia delle Entrate che aveva compiuto il monitoraggio sul cervellone per individuare tutti gli accessi compiuti con quel cognome, verifica sollecitata dopo i malumori dello stesso Prodi. Nella denuncia alla procura di Milano, (si veda articolo a fianco), Visco segnala quindi gli accessi «più pervasivi». E non deve aver tenuto in considerazione il rischio che tra questi ci potessero essere delle verifiche su Prodi compiute su legittima delega dell’autorità giudiziaria. Perché il «pettine» non faceva distinzioni, rischiando di far emergere indagini penali o accertamenti eseguiti nella massima riservatezza e dei quali nulla si doveva sapere. Cosa che puntualmente si è verificata. Infatti, tra i 128 accessi segnalati uno, quello della polizia giudiziaria di Bolzano, su Prodi, Flavia Franzoni & C. rientrava nelle delicate indagini in corso. Insomma, l’iniziativa ha creato alcuni cortocircuiti. Con situazioni delicate e paradossali visto che Visco nella sua lettera alla procura avvisa di aver consegnato copia dell’elenco allo stesso Prodi. Che ha così avuto sul proprio tavolo gli estremi temporali e le indicazioni degli uffici dei pubblici ufficiali che avevano compiuto verifiche patrimoniali legittime, delegate da una procura proprio sul suo conto. Ci sarebbe da chiedersi se l’iniziativa era opportuna.
Non solo. La denuncia di Visco ha creato qualche momento di tensione tra la Procura di Milano e quella di Bolzano. Quest’ultima infatti si è vista chiedere dai colleghi milanesi se gli accertamenti, segretissimi, su Prodi rientravano in una indagine ufficiale. Una domanda che deve aver lasciato di sale i magistrati di Bolzano visto che quelle verifiche dovevano rimanere riservate. E ci si può immaginare la reazione dei Pm quando hanno saputo che tutto nasceva da una denuncia presentata da un esponente del governo per conto dello stesso Prodi.
Per evitare equivoci nella seconda metà dello scorso ottobre il Pm di Bolzano ha scritto al collega Francesco Prete della procura di Milano mettendo nero su bianco che quegli accessi rientravano nel procedimento Siemens-Italtel.
La missiva ha evitato che la polizia giudiziaria venisse perquisita, come è capitato qualche giorno dopo, il 26 ottobre, a tutti gli altri 127 che avevano cliccato «Prodi» al computer. Vennero compiute 250 perquisizioni con 500 militari nelle case di impiegati delle Entrate e un manipolo di finanzieri. Ma non si evitò che a Milano si aprisse un procedimento penale proprio su quella verifica. Insomma, un altro cortocircuito.
Gli accertamenti tributari compiuti a Bolzano diventano così l’oggetto di un’indagine, di un fascicolo che per competenza Prete manda nella città altoatesina. Il procedimento, a questo punto, finisce in mano al titolare delle indagini sulla vicenda Italtel che aveva delegato gli accertamenti su Prodi, il Pm Guido Rispoli. Che di fronte a quell’incartamento deve aver sorriso amaramente. Per poi scrivere «da archiviare» sulla copertina. Ma ormai della sua indagine in tanti erano venuti a saperlo. E di spiate illegittime non ce n’era l’ombra, al contrario di quanto denunciato, tanto che anche gli altri 127 procedimenti iniziano a finire in archivio.
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