Sofri "confessa": Calabresi fu ucciso solo per pietà

L'ex leader di Lotta continua difende i killer del commissario: "Non erano malvagi, pensavano alle vittime". Forse dietro c'è un messaggio: sono innocente ma so chi ha ucciso

Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare - sì: per giustificare - l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato.

Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delitto, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime».

Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé.

Sorprendente è anche il ritorno al linciaggio nei confronti di Calabresi: da tempo Sofri aveva preso le distanze dalla campagna di odio che il suo movimento e il giornale avevano orchestrato contro il commissario. Ora torna a infangarlo, lo definisce «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», e stiamo parlando della strage di piazza Fontana, dell’incriminazione di anarchici innocenti e della morte (assassinio, per Sofri) di Pinelli. Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant’anni è sotto terra, e c’è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua. Non lo diciamo noi e non lo dicono neanche i giudici: lo dice Sofri stesso, sul Foglio di ieri, che chi ha ucciso Calabresi era un angelo vendicatore della sinistra. Anche questo è un fatto inedito e molto importante: per anni Sofri ha cercato - prima al processo, poi con campagne di stampa condotte da giornalisti amici - di avvalorare la panzana di un Calabresi ucciso dai servizi segreti: adesso finalmente dice che quell’omicidio porta la firma dell’estrema sinistra.

Nell’articolo di ieri sul Foglio qualcuno ha visto, o ha creduto di vedere, una sorta di confessione. Dipende da che cosa si intende per confessione. Se si intende l’ammissione di ciò che i giudici gli hanno contestato, e cioè di aver conferito il mandato ad uccidere Calabresi, no, non c’è stata alcuna confessione, visto che anche ieri Sofri ha tenuto a ribadire: «Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio». Se si intende invece un altro tipo di confessione, più implicita, più contorta e tortuosa, forse perfino involontaria, allora sì, forse l’articolo di ieri segna una svolta non solo nel ritorno ai toni guerriglieri del Sofri d’antan, ma anche nell’apertura di uno squarcio nel velo di un mistero tragico.

Provo a spiegarmi. C’è una frase che nel contesto pare secondaria e che invece è forse risolutiva: «Io personalmente ebbi in Lc - scrive Sofri - un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale».
Credo che questa frase riveli tutto lo psicodramma del caso Sofri. Non ho alcuna prova, ma seguendo questa vicenda dal giorno degli arresti fino all’ultima sentenza della Cassazione, mi sono fatto questa convinzione: è possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all’ultimo.

Ancora ieri sul Foglio Sofri ha scritto che in Lc non c’erano frange armate. Sa perfettamente che non è vero. Sa perfettamente che al congresso di Rimini del marzo 1972 - due mesi prima dell’omicidio Calabresi - il movimento si spaccò: c’era la fazione guidata da Giorgio Pietrostefani che voleva passare alla lotta armata, e quella di Sofri che si opponeva. Finì che Lc si spaccò in due: Pietrostefani andò a guidare il movimento al Nord, Sofri si trasferì a Napoli dove fondò un giornale che si chiamava Mo’ che il tempo si avvicina. Leonardo Marino, il pentito che ha dato origine al processo, non ha mai detto che fu Sofri a ordinargli di uccidere Calabresi. Ha detto che fu Pietrostefani, e che tutto fu organizzato a Milano. Solo due giorni prima del delitto Marino, secondo il suo racconto, volle una conferma da Sofri, e andò a cercarla in un improbabile colloquio a Pisa, nella ressa di un comizio. Quel colloquio resta il vero punto debole della confessione di Marino.

Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»).

In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto -: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.