Sofri non migliora, i medici lanciano l’allarme

Continua il dibattito sul perdono: Castelli esamina i precedenti prima di prendere una decisione

Stefano Zurlo

da Milano

Nessun miglioramento. «Le condizioni di Adriano Sofri sono stabili», dicono ormai da sette giorni i bollettini diffusi dai medici dell’ospedale Santa Chiara di Pisa. Al’inizio, la frase, servita con tutte le cautele, aiutava a sperare, ora viene accolta con una punta di inquietudine. L’ex leader di Lotta Continua respira sempre con l’aiuto delle macchine e resta incosciente sotto l’effetto dei sedativi. Quanto durerà questa situazione?
«Domani - afferma Giuseppe De Iaco, direttore del reparto di rianimazione del Santa Chiara - saranno effettuate ulteriori indagini radiologiche». Insomma, si proverà a capire se la lesione all’esofago - una perforazione di cinque centimetri - è guarita. È stato proprio l’esofago a tradire Sofri nella notte fra venerdì e sabato: alle 2 il detenuto, rinchiuso nel carcere di Pisa per una condanna a 22 anni come mandante dell’omicidio Calabresi, ha cominciato a battere contro la porta della cella. In breve si è intuito che la situazione era drammatica: tecnicamente Sofri è stato vittima della sindrome di Boerhaave, una malattia rarissima. All’alba di sabato, un intervento chirurgico ha messo una toppa sullo squarcio dell’organo e ha salvato la vita di Sofri. Poi è cominciata la ripresa.
E sono iniziati i problemi. Si temeva un’infezione. L’infezione, a quanto si sa, non c’è stata. Ma la tabella di marcia verso il recupero non è stata rispettata. Si parlava di cinque-sette giorni, ora i tempi si sono dilatati. Si annuncia un cammino faticoso e complesso. Dunque domani si svolgeranno le analisi radiologiche. Poi, se tutto andrà bene, si procederà alla fase successiva, delicatissima: si cercherà di pilotare l’uscita di Sofri dal coma famacologico. Il tutto tenendo sempre d’occhio la capacità di reazione del corpo. Insomma, chi si aspettava, dopo la grande paura, un rapido rientro nella normalità, dovrà ricredersi. Del resto Sofri ha 63 anni e ha trascorso gli ultimi nove, o quasi, al Don Bosco: qui ha dovuto ricrearsi una vita e un ritmo. Ora, la pena è sospesa per sei mesi. Poi si vedrà.
Ma il problema adesso è il ritorno alla vita. E la grande questione, sullo sfondo, è la grazia. «Crediamo sia necessario concederla e voltare pagina anche in virtù delle sue condizioni di salute», dice a Sky tg 24 il ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno. Il boccino è nelle mani del Guardasigilli Roberto Castelli che giovedì, in un’intervista al Giornale, ha promesso una decisione veloce: entro una settimana. «Non voglio riservare a Sofri un trattamento di favore, ma nemmeno assumere un atteggiamento persecutorio - ha spiegato Castelli -, io voglio trattare Sofri come tutti gli altri cittadini. Voglio vedere tutti i casi in cui la malattia e la tarda età hanno giocato a favore del perdono. Voglio paragonare il caso Sofri a quelli che gli somigliano e l’hanno preceduto in questi anni». Ma la scelta è difficile: «Mi sto arrovellando, è un tormento giunto al quinto anno, non ne posso più».
Il sì al perdono di Castelli disinnescherebbe il conflitto fra il ministro della Giustizia e il presidente della Repubblica, arrivato fino alla Corte costituzionale. Nelle prossime settimane la Consulta dovrà dire una parola definitiva: il Quirinale può decidere in piena autonomia o deve concordare la decisione con il Guardasigilli? In teoria il conflitto è esploso a proposito di Ovidio Bompressi, pure condannato a 22 anni perché ritenuto il killer del commissario Luigi Calabresi, ma il duello coinvolge anche il «prigioniero» di Pisa. Ora la malattia potrebbe rimescolare le carte e ammorbidire Castelli, fin qui contrario al perdono di Stato.
Intanto, il segretario Ds Piero Fassino dedica un «affettuoso saluto» a Sofri, «sperando possa lasciare presto il letto della sua malattia e tornare al suo lavoro, alla sua famiglia, ai suoi affetti».