Sognare l’Oriente come volontà e rappresentazione

L’Adelphi continua la serie dei fortunati volumetti schopenhaueriani con Il mio Oriente, a cura di Giovanni Gurisatti (pagine 228, 11 euro). Vi si illustra il «viaggio in Oriente» di Schopenhauer estraendo dal suo lascito le annotazioni riguardanti la cultura orientale e ordinandole per argomenti. Ciò consente di seguire insieme la storia dell’apertura della cultura occidentale a quella orientale e il dramma proprio di Schopenhauer, che si aprì all’Oriente come nessun altro, ma che «vide in India cose che non c'erano e non vide cose che c'erano». Nonostante, infatti, l’intelligenza e lungimiranza del suo sguardo, il suo interesse per l’Oriente era guidato dal desiderio di trovarvi affinità e conferme della sua filosofia, per la quale nega, comunque, l’influsso orientale. Pone il suo sistema sotto l’egida di Kant e di Platone, ma soprattutto dei Veda e delle Upanisad, ma lui in realtà veniva propriamente solo da Kant. Fin dall’inizio, comunque, identifica il velo di Maya con il mondo come rappresentazione, ossia come illusione sogno inganno e incantesimo, e il Brahman degli indiani e il Tian dei cinesi con la sua Volontà di vivere cieca e irrefrenabile, che s’incarna in tutti gli esseri, ma solo per spingerli gli uni contro gli altri in una lotta senza quartiere per strapparsi la materia (ogni bisogno soddisfatto ingenera noia, non meno tormentosa del bisogno). L’idea del cinese Zhufuzi, secondo cui il Tian, cioè «lo spirito del cielo è deducibile da quella che è la volontà nella razza umana», come egli stesso aveva predicato della Volontà, lo riempie di gioia. Se il passo non fosse stato pubblicato otto anni dopo la sua opera, dice, tutti avrebbero gridato al plagio. Lo stesso vale per il Brahman, essere supremo che penetra in ogni cosa senza perdere mai la sua integrità. In accordo con la sua dottrina trovava anche l’antiteismo e il pessimismo dell’India. A diciassette anni, come Buddha, racconta, scoprì l’orrore del mondo e la vita gli sembrò l’opera di un demonio e non di un Dio. Da allora si convertì a un pessimismo che nulla poté più vincere. Nel complesso tra la filosofia orientale e quella di Schopenhauer sembra regnare un’armonia prestabilita, perché molti sono i punti di incontro, per esempio la sua nozione giovanile di «coscienza migliore» e quella di «soggetto puro della conoscenza» e, soprattutto, la teoria della sussistenza metafisica della volontà, che collima con le nozioni di metempsicosi e di palingenesi. Per lui, come per il buddhismo, «la vita è una strada sbagliata da cui dobbiamo tornare indietro». Contrappone le religioni pessimistiche come Brahmanesimo, Buddhismo e Cristianesimo all’ottimismo, secondo lui falso e corruttore, del Paganesimo, dell’Ebraismo e dell’Islam. Il Samsara è anche per lui il mondo del dolore, della brama, dell’illusione, del trasmutamento, di vecchiaia, malattia e morte, da cui bisogna fuggire nel Nirvana, regno del nulla, negazione della volontà di vivere, stato di pace imperturbabile. In questa concordanza rimane tuttavia una discordanza. Il Brahman è per gli indiani il nucleo puro e radioso di ogni cosa, intatta beatitudine, quindi non è paragonabile alla Volontà. Inoltre Schopenhauer ignora il lato positivo, terapeutico degli insegnamenti di Buddha, tendenti al superamento del dolore nella vita stessa. Dunque non è vero che Buddha, Eckhart e lui insegnano le stesse cose, come dice. Egli rimane occidentale perché non uscì mai dalla visione tragica della vita. Il che gli toglie oggettività e misura, ma gli dona in cambio l'arte.