Tra sogni e incubi tour negli abissi delle premonizioni

Grava un senso insistente di premonizione sugli undici racconti dell’americano Kevin Canty. Sta per accadere qualcosa di terribile, d’irreparabile. E succederà tra poco, visto che, su una distanza di poco più che centocinquanta pagine, il finale catastrofico che scioglierà a più riprese la tensione si raggiunge in un attimo. E non c’è il tempo perché, nemmeno per un attimo, la tensione - o l’attenzione - cada. La presa cui reggersi, d’altra parte, è saldissima. Lo dichiara, rassicurante, già il titolo in copertina: Tenersi la mano nel sonno (tradotto con eccellenza da Veronica Raimo e Fabio Severo per minimum fax, pagg. 158, euro 12,50). E allora davvero, quali che siano gli abissi - da sogno o da incubo - dentro cui precipitare, si stringe una qualche certezza, anche molta tenerezza, tra le dita.
È un appiglio che si afferra sin dal primo racconto: Tokyo, amore mio. In due pagine scarse, i pensieri impronunciati di un soldato, presenta una scena di guerra. Sta per partire una bomba. «Io sono quello che accadrà subito dopo» sa con anticipo colui che premerà il bottone. È un istante bellissimo. «È il momento che amo, proprio questo qui», dice l’uomo tra sé. «La città che dorme, l’attesa, il mio corpo che cambia, tutto sul punto di accadere e la calma piatta prima che accada». Poi non sappiamo quando come o se l’ordigno esploderà. Quella sospensione piuttosto, a pensarci, è il centro, il segreto di ogni angoscia e d’ogni piacere. Ci ha senz’altro pensato lo scrittore 55enne. Perché la stessa concentrazione ha saputo stringere nella mano in tutte quante le situazioni immaginate in questo «sonno».
In una discoteca dove, sotto una luce di Acquario, «telepaticamente» tutti i fumatori sentono che è il momento di spegnere la sigaretta e di rientrare, attratti sulla pista come falene proprio mentre sta per partire «una musica diversa, indecifrabile», che li attraversa come un flusso d’acqua calda. In un campeggio per ragazzini troppo golosi e troppo ciccioni, quando il piccolo Flipper, che ha un nome e una pancia lustra e tesa da delfino, smania del pregustarsi la tavoletta di cioccolato extra dark nascosta nel tronco dell’albero (come dell’ansia di essere scoperto). O già nella camera da letto, spoglia però d’ogni erotico stimolo o tentazione, dove un adolescente insonne, «sempre sul punto di fare una domanda che deve trattenere», si figura la mamma al centro della festa giù di sotto, e fantastica del suo Vestito rosso. O, infine, in una corsia d’ospedale, aspettando di vedere il corpo - «il corpo», sottolinea due volte e in corsivo l’autore, come se non ci credesse - della Fidanzata investita da un autobus. Perfino lì, tra medici e infermiere, nella sala detta «d’attesa», il ragazzo sta sulle spine: l’avrà fatto per vendetta, per ripicca, dopo la litigata di due ore prima? E neppure l’incidente già avvenuto - «morta, pensa Billy. Una parola come un’altra» - lo toglie dalla tensione emotiva, dalla straordinaria tensione narrativa di cui - a dispetto di consolazioni, catastrofiche e finali liberazioni - pulsa la vita di questi racconti e il cuore dei personaggi. Billy non lo sa, però sta lì: «Aspetta di provare qualcosa, quel sentimento immane che è in procinto di arrivare».