Il sogno americano è cambiato con lui

Un amico newyorkese mi spiega perché Batman vola al box-office. «Cosa si può volere di più dal Sogno americano? Capitalista e playboy di giorno, giustiziere senza regole di notte. L'ideale di Bush». Magari le cose non stanno proprio così. Mai come in questo settimo film l'uomo pipistrello appare infatti come un raddrizzatorti infelice e turbato, tanto da prendersi sulle spalle, nell'epilogo che chiarisce il titolo, colpe non sue. Per il bene di Gotham City, s'intende. Però è vero, sin dalla sua nascita, nel lontano 1939, a opera del cartoonist Bob Kane, Batman ha goduto, più di altri supereroi coevi, da Superman a Capitan America, di una fisionomia unica, dove confluiscono temi squisitamente americani: l'arte della vendetta, i prodigi della tecnica, il potere del denaro, la solitudine del giusto. Un po' dark, non fosse altro per il volatile notturno al quale si ispira, l'eroe è sempre stato; e tuttavia, nel procedere degli anni, Batman ha vissuto vistosi restyling, specie al cinema, che non a caso subito si impossessò del personaggio, dedicandogli un serial in 15 puntate, già nel 1943.
Ma è del 1966 il primo film sulla doppia vita di Bruce Wayne. Anno cruciale. Il presidente Johnson dà il via ai bombardamenti sul nord Vietnam, Robert Weaver diventa il primo ministro di colore, un cuore artificiale viene provato su un organismo umano, Simon & Garfunkel incidono Sound of silence, i Beatles si esibiscono per l'ultima volta dal vivo. Al cinema, complice il successo della serie tv, furoreggia Batman di Leslie Martinson, con Adam West e Burt Ward nei ruoli di Batman e Robin. Il tono è scanzonato, si strizza l'occhio alla pop art, un gusto quasi «camp» annaffia le avventure coloratissime dei due eroi, sui quali cala un sospetto di omosessualità. Chi non è più giovane ricorderà: i corpi non sono proprio scultorei, la calzamaglia grigia di Batman, con logo del pipistrello sul petto, fa quasi tenerezza, il completino rosso e verde di Robin è piuttosto ridicolo. Quanto ai nemici giurati, dal Jolly di Cesar Romero al Pinguino di Burgess Meredith sono in linea con la vena ironica e surreale, trapunta di non sense. A cavallo della Bat-Mobile decappottabile, i due neanche paiono giustizieri notturni. Quelli veri, incarnati da Charles Bronson & friends, arriveranno con i Settanta, e non faranno prigionieri.
Devono passare vent'anni prima che Frank Miller reinventi l'eroe, facendone un cavaliere oscuro e rabbioso, fisicamente attrezzato. L'America di Reagan, che sfodera i muscoli, risponde calorosamente. Nel 1989 il successo editoriale spinge un giovane regista di talento a bussare cassa alla Warner Bros: nasce il Batman di Tim Burton, gotico, espressionista, cupissimo. Jack Nicholson gigioneggia nei panni sgargianti del Joker, Michael Keaton cela la sua faccia normale dietro la maschera dell'uomo pipistrello, ora più aggressiva e appuntita. Gotham City è la città del crimine, dove nessuno può dirsi sicuro. Di lì a poco, a New York, scatta la «tolleranza zero» del sindaco Giuliani, e chissà che Batman non c'entri un po'.
Nell'era Clinton l'eroe sfodera gadget sempre più tecnologici, ma Val Kilmer e George Clooney non entusiasmano. Ci vuole il trauma dell'11 Settembre perché l'eroe, incarnato da Christian Bale, rinasca davvero con Batman begins. Paura è la parola chiave: Bruce odia i pipistrelli, è vittima di un terrore fisico e psicologico che alla fine si converte in forza. Il terrorismo viene evocato sottotraccia, l'attacco a Gotham City rimanda a un possibile attacco batteriologico di matrice islamica. Fino all'odierno Cavaliere oscuro, dove le macerie dell'ospedale sembrano quelle di Ground Zero, mentre qualcuno, citando l'antica Roma, rivendica la sospensione delle garanzie democratiche per il superiore bene della nazione. Ma tranquilli: c'è Batman in città.