"Sogno americano? No, è un sogno umano"

Il film tratto dalla storia vera di Christopher Gardner, un ex barbone approdato a Wall Street

Roma - Era un povero negro, ora è un facoltoso uomo d’affari, gemelli di diamante ai polsini d’una camicia di classe (Leggi la recensione). Era un bravo regista italiano, nelle secche del nostro cinema, tra beghe e questue, adesso è un professionista sbarcato a Hollywood, dove tornerà. Era un attore comico, popolare, ma intrappolato nei ruoli buffi alla Men in black, adesso è un fior d’interprete drammatico, che ti fa piangere con lui (nomination ai Golden Globe per le lacrime). Ha scalato la vetta del successo, insomma, la triade composta dal broker Christopher Gardner, un uomo passato in pochi anni dalla polvere delle strade di San Francisco al lusso di Wall Street; dal cineasta romano Gabriele Muccino,(Ricordati di me, L’ultimo bacio) e dalla star Will Smith, da dieci anni beniamino del pubblico internazionale. A riunirli, sotto la buona stella dell’anno appena cominciato, è l’ambizioso progetto intitolato La ricerca della felicità, commedia realistica e sognatrice (da venerdì in 420 sale), che Muccino ha elegantemente sospeso tra la vita agra di un uomo senza lavoro (Will Smith), con figlioletto a carico (il vitalissimo Jaden, uscito sette anni fa proprio dai lombi di Will) e l’utopia del sogno americano. Che, poi, è il sogno di tutti: farcela. E che importa se tale produzione da settanta milioni di dollari, che ne ha incassati oltre 100 in Usa, rimanda a Ladri di biciclette, in versione smaltata: era proprio questo uno dei due film mostrati da Muccino al suo protagonista (Umberto D., l’altro), a riprova del fatto che il nostro è un passato importante. Poi, l’american dream è inteso nel senso del sogno umano, come specifica l’attore e musicista Smith, candidato all’Oscar per il film Alì su Cassius Clay. Alto, flessuoso come un modello, giacca di velluto bordeaux, l’interprete che sbancò i botteghini con Independence Day, dice: «Qui non circola l’idea del sogno americano, ma del sogno umano, universale. Ne ho discusso con Gabriele, dopo aver visto i film di De Sica. È quando qualcosa di semplice, come una bicicletta, si mette tra te e la tua voglia di realizzarti e tu ce la fai a superare gli ostacoli. Noi sappiamo che domani andrà meglio di oggi e questo ci spinge ad alzarci dal letto, ogni mattina». E fa il gigione, Will Smith, qui magistrale, mentre tenta di vendere i suoi macchinari, fonte di litigio con la moglie (un’Erinni interpretata da Thandie Newton), o quando si arma, con la tenacia degli sconfitti, d’un sorriso da brav’uomo, intanto che i creditori, fisco in testa, lo perseguitano. Al punto d’imitare, per il divertimento dei convenuti all’incontro con la stampa, il frenetico gesticolare di Muccino, un italiano nella fabbrica dei sogni, che, al suo primo film in inglese, ha indirizzato la star con grugniti e strattoni. «La ricerca della felicità coincide con l’avere rispetto di me, quando mi guardo allo specchio», conclude Will, tre figli dalla moglie Jada Pinkett.
«Alzare la barra. Essere migliori. Più felici. Più sani di quanto non siamo in questo momento. È l’assenza di felicità, che ci fa agognare alla felicità», distingue Muccino, noto negli Usa dal 2002, quando L’ultimo bacio emerse al Sundance Festival, mentre ha deluso il remake americano The last kiss. Intanto, il trentanovenne fratello dell’attore Silvio, ha imparato a trattare con i produttori d’Oltreoceano (la Focus Feature lo estromise dall’erigendo A little game, per contrasti). E afferma: «Girerò ancora in America, basta essere diplomatici con i produttori, nella cui testa, all’inizio, nasce il film». Al suo fianco, Medusa e Fandango (pure editrice del libro di Chris Gardner, ispiratore del film), che preparano l’insediamento Usa in tandem con Muccino. Il quale respinge ogni moralismo. «Noi abbiamo altri valori, lontani dal materialismo, né dividiamo il mondo in “vincenti” e “perdenti”. Loser è un insulto, rivolto pure ai bambini. Solo un europeo, con l’occhio vergine di cinismo sociale, poteva narrare tanta durezza». Nel film, i senzatetto sono presi dalla strada e «vero» è pure il reverendo, che aiutò Chris Gardner, direttore generale della finanziaria Gardner Rich & Company, padre di due figli, amico di Quincy Jones e consulente del film. «Mia madre mi diceva: “Non permettere a nessuno d’infrangere i tuoi sogni”. La frase è nel film di Gabriele, che ha saputo rappresentare le lotte della mia vita», racconta l’imprenditore. Un testimone perfetto, che ha dato scacco alla sorte.