Sogno degli angeli che offrano loro scodelle di cibo

Qualche anno fa, a fine agosto, mi trovavo in Sardegna con amici, sulla costa olbiese. Quando il sole scendeva, si rientrava dalle calette scelte con cura lontano dai carnai delle spiagge più facili. Ormai era diventata consuetudine fare una breve deviazione per incontrare una dozzina di cani che facevano regolarmente visita a una discarica, dove si accumulava l'abbondante pattume di abitazioni, piccoli condomìni e soprattutto di un residence dal quale uscivano alcuni inglesi e tedeschi che, appurammo in seguito, perseguivano il nostro stesso scopo. Erano cani meticci, generati frettolosamente dietro le grandi siepi di lentisco e citiso, la maggior parte cuccioli straordinariamente simili a labrador.
Arrivavano a drappelli, le orecchie ritte di chi sta in campana, lo sguardo dolce di chi è buono, la coda incerta di chi non si fida, ma vorrebbe. Dopo una decina di giorni arrivai quasi ad accarezzarne qualcuno. «Che ne sarà di loro - chiesi a un abitante della zona - quando i turisti se ne saranno andati e non ci sarà più cibo che deborda dai cassonetti?».
Mi rispose con assoluta noncuranza: «Alcuni verranno sparati, qualcuno morirà di fame o malattie, i più fortunati li prenderanno gli accalappiacani e finiranno in qualche canile. Sempre che sia fortuna».
Quell'ultima frase mi tenne compagnia sul traghetto, durante il ritorno «in continente» e, ancora oggi, penso se siano più fortunati i cani che in qualche modo rischiano la vita, per fame, piombo o malattie, ma in libertà, o quelli che vengono vinti all'asta al ribasso dal canile che dista 700 chilometri dalla terra in cui sono nati. Ci penso, ma io mi sono già dato la risposta. Sono un'anima libera e ho in odio reti, filo spinato e padroni che chiedono rispetto con la frusta in mano.
D'accordo con te, caro Materi, non si possono certo lasciare liberi cani che i morsi della fame rendono potenzialmente pericolosi. So che è pura utopia, ma quel che sogno per loro, stante l'impossibilità di un'adozione, è un bel recinto nella loro terra e volontari che parlano la loro lingua e gli portano cibo e carezze. Magari al tramonto.