Il sogno impossibile di un governo Monti

RomaDunque, Mario Monti (nella foto) for president? In verità, a fare esplicitamente il nome dell’ex commissario europeo, è solo Romano Prodi: «Deve andare a Palazzo Chigi. È la sua ora, soltanto lui può salvarci». I leader delle opposizioni infatti ufficialmente restano vaghi. Casini si limita a proporre «una personalità indipendente e seria», Bersani preferisce «lasciare la parola a Napolitano». Ma nel chiacchiericcio di un ipotetico dopo-Silvio, Monti è in cima all’elenco dei papabili.
Alcuni editorialisti sono andati ancora più in là e, senza nemmeno nominare il presidente della Bocconi, hanno già messo nero su bianco il programma del prossimo governo di emergenza. È il caso di Eugenio Scalfari, che su Repubblica sostiene che il nuovo esecutivo dovrà seguire i consigli di Draghi e Obama: «Crescita e rigore, ma prima crescita e poi rigore». La lettera d’impegni spedita a Bruxelles può essere anche disattesa, visto che, «uscito di scena Berlusconi, non avremo più bisogno di essere commissariati dalla Commissione Ue e dal Fondo monetario». E sulla Stampa Luca Ricolfi elenca addirittura «i dodici punti del governo che verrà». Si va dalle pensioni di anzianità alle dismissioni del patrimonio statale, dalla legge Ichino sul lavoro alla patrimoniale, via via fino a una nuova manovra e al pareggio di bilancio entro il 2013.
Idee e scenari che danno per scontata una cosa che scontata non è, la nascita di un esecutivo di transizione. A parte il fatto che il Cavaliere non è ancora caduto, a parte il fatto che Napolitano aspetta di vedere Berlusconi domani dopo il voto sul Rendiconto, che ne pensano al Quirinale di un eventuale gabinetto di emergenza? Al di là dell’ufficialità - «c’è un governo in carica, il presidente non può e non vuole prendere in considerazione delle ipotesi» - si sa che Giorgio Napolitano è molto preoccupato per la piega che stanno prendendo le cose. Pur essendo culturalmente ostile ai ribaltoni, ha paura che un vuoto di potere di qualche mese, condito da una ennesima campagna elettorale sopra le righe, possa solo far peggiorare la situazione economica del Paese, già ammaccata.
Da qui i continui appelli alla «coesione» e all’«interesse generale». Visto dal Colle, se Berlusconi dovesse lasciare Palazzo Chigi, in teoria la soluzione migliore in questo momento sarebbe un governo di emergenza. In teoria. Perché in pratica Napolitano è il primo a rendersi conto della difficile praticabilità di un simile percorso. Infatti, il presupposto per un esecutivo emergenza nazionale è che venga sostenuto dai due principali partiti, Pdl e Pd. Prospettiva al momento lontanissima dalla realtà.
Basta dare un’occhiata al panorama politico-parlamentare, che peraltro il capo dello Stato ha voluto osservare da vicino nei giorni scorsi con le sue consultazioni, che sono servite a verificare l’impossibilità di un’intesa bipartisan sulle riforme chieste dalla Ue. Da una parte c’è un maggioranza che rischia di sfarinarsi ma che ha ancora intenzione di resistere. Dall’altra un’opposizione che chiede un cambio di governo ma che non fa ancora maggioranza e che forse non farà nemmeno coalizione, viste le differenze interne. Sembra impossibile metterle d’accordo, senza contare la poca voglia del Cavaliere di fare un passo indietro.
A tutto ciò bisogna aggiungere altri segnali captati dal Colle. Al netto delle dichiarazioni di facciata e delle polemiche di giornata, tutti i partiti si stanno preparando ad andare al voto anticipato. A cominciare dai democratici, che riescono a tenere insieme l’allenza con Idv e Sel solo con una piattaforma elettorale. Ma pure i centristi, pare, si stanno adeguando.