«Il Sogno», un raffinato balletto con il marchio del Montecarlo

Elsa Airoldi

da Genova

C’è sempre un’immagine, una parola, un suono, un colore che si imprime nella memoria. Nel caso di Le Songe, Il Sogno, ultima creazione di Jean-Christophe Maillot per i Ballets de Montecarlo, è un fauno plastico, dal colore ocra e dalla gestualità animale. Vaga per il bosco incantato del quale è re, guarda con intenzione non solo la sua Titania ma anche il di e da lei concupito paggio, che adesso, per imbrogliare ulteriormente le carte, è una fanciulla. Spesso si propone di profilo. E allora l’identificazione con il Faune di Nijinskij, il Clown de Dieu logo dei Ballets Russes, diventa inequivocabile. D’altra parte la stagione del Carlo Felice di Genova sta ospitando il Balletto di Montecarlo, massima realtà culturale della Principauté. Una compagnia voluta nel 1985 dall principessa Carolina di Monaco sulla scia di una tradizione quasi secolare.
Era il 1911 quando Diaghilev scelse, come residenza dei suoi Ballets Russes, Montecarlo. Che da allora, con alti e bassi e spesso cambiando di mano, è restato il regno della danza. Inclusa quest’ultima emanazione che trova la sua solidità nell’equilibrio stilistico equidistante tanto dall’impianto classico dell’Opèra di Parigi quanto dalle trasgressioni delle agguerritissime avanguardie francesi. Le Songe si ispira a Shakespeare del quale coglie trama e spunti. Maillot è dotato di creatività intelligente e elegante. Si avvale della bravura dei suoi e della classe di alcuni collaboratori storici come lo scenografo Ernest Pignon-Ernest. I precedenti (Ashton, Balanchine, Neumeier, Spoerli...) non mancano. Ma il nostro riesce a trovare la sua cifra e a tingere di poesia un’operazione sostanzialmente concettule.
La vicenda si sviluppa su tre livelli. Quello aristocratico di Teseo duca di Atene, quello artigiano dei comici e quello surreale delle fate. A ciascuno il suo amore. Sociale per la città, lavorativo per gli artigiani e passionale per i folletti del bosco del quale Oberon, il nostro fauno, è signore. A ciascuno la sua musica. Mendelssohn (senza marcia ma con altri apporti) per gli ateniesi. Musica concreta (Bertend Maillot) per sarto, falegname e tessitore. Brusio elettronico (Daniel Teruggi) per fate e elfi.
A ciascuno il suo ambiente. Fondale nero e stilizzate strutture bianche per la reggia. Elementi futuribili per i comici, teatro nel gran teatro del mondo. Una specie di disco volante e bellissimi teli-aquiloni mossi dal vento per il bosco. Dove Puck corre avanti e indietro sulle ruote di uno stupefacente giglio arancio il cui pistillo è pistillo, fallo e erogatore della polverina che fa innamorare.
A ciascuno il suo costume. Civiltà minoica per gli ateniesi, look casual per gli attori impegnati in una clownerie allineata al gusto del principato, trasparenze colorate per il fantastico. L’impianto d’assieme è psicanalitico e mai gratuito. I ballerini ottimi. L’armonia garantita. Eros padrone. Che dire dell’irresistibile accoppiamento a «strusciare di coda» tra Titania e il suo adorato asino? Lo spettacolo godibile e ricco costituisce davvero un bel contrappunto al penoso fai da te che l’avarizia del Fus impone a troppi nostri teatranti. E teatri.