Il sogno di Rocca dura 38 secondi

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Quattro anni e trentotto secondi. Chi ha messo quella polvere di neve sulla pista? Chi ha soffiato sullo sci di Giorgio? Chi c’era prima di quel paletto? Quattro anni e trentotto secondi. Di colpo l’Italia s’è desta, senza inno, niente Mameli e mano sul cuore. Rocca stava in piedi, con le braccia larghe, come Gesù Cristo in croce, con il naso spruzzato di bianco, la neve gli aveva disegnato quella maschera di carnevale. Non c’era proprio nulla da ridere. Non c’era nemmeno il tempo per piangere. Quattro anni e trentotto secondi, di attesa e di progetti, mimando le traiettorie, disegnandole mentre l’aria del Sestriere si era fatta più fredda, il vento stava portando via le nuvole e il nevischio. Era tutto pronto, il numero 1, il presepe, le bandiere, gli striscioni, Alberto Tomba pure lui con gli sci ai piedi, Gustavo Thoeni con il suo italiano affumicato come il prosciutto. Aspettavamo babbo natale con la slitta, le renne e il regalo con il fiocco. Quattro anni e trentotto secondi, si è presentata la befana, carbone e un secchio di acqua ghiacciata in faccia. Sfiniti su una sedia, come se avessero estratto il numero della lotteria precedente o successivo il nostro. Perché? Ah, lo slalom è speciale, mi dicono, proprio per questo, spesso vince chi non ha pronostici, chiamasi outsider, fuori dalla schiera. Ma va? E fino a quattro anni e trentasette secondi fa che cosa era mai questo slalom? Girotondo? Mosca cieca? Il meccano o la corsa nei sacchi? Era la gara di Giorgio Rocca, lo aveva dimostrato lui stesso, vincendola cinque volte, roba dell’altro ieri non di un secolo fa. Vittorie oggi inutili, da buttare via.
Lo aveva dimostrato, eppure noi tignosi, stavamo con il dito sul mento, con qualche dubbio, cercando di sapere dallo psicologo, dallo ski man, anche da uno di passaggio come stesse davvero il campione. Alle tre meno qualcosa ci siamo messi al cancelletto di partenza, quando è scattato Rocca siamo venuti giù anche noi, quasi sentendo, prevedendo che stesse per accadere un certo fatto. E quando è accaduto, questo certo, maledettissimo fatto, abbiamo guardato la zia, la moglie, la suocera e, con la presunzione di sempre, puntuale per noi italiani, abbiamo sentenziato: «Io ve l’avevo detto». Ma perché non ti stai zitto, allora? Perché non vai a gufare da un’altra parte? Giorgio Rocca stava lì, con il naso spruzzato di neve, suocera, moglie, zie si erano rimesse a riordinare la cucina e il tinello, i gufi guardavano fuori dalla finestra. L’olimpiade è finita, la vita continua.
Tony Damascelli