Sogno da rugbista: toccare gli All Blacks

Immaginatevi un vecchio sacrestano che si trova a tu per tu con Benedetto XVI. E si trova così a scoprire che tutto ciò in cui ha creduto esiste davvero, che esiste qualcosa fatto di carne ed ossa eppure metafisico ed immanente. Ecco, quello sono io alle 17.30 di lunedì pomeriggio quando per la prima (e probabilmente ultima) volta della mia vita parlo con un All Black. Un All Black non è solo un nazionale neozelandese di rugby. Non è solo uno dei quindici bestioni che sabato prossimo rulleranno l’Italia sul prato di San Siro. Un All Black è la perfezione del rugby, e quindi - come ogni forma di perfezione - appartiene all’ultraterreno. Eppure io sono qui, sulla scalinata dell’Arena, accanto a me c’è Dan Carter e non solo gli parlo ma riesco - il Cielo sa come - a convincerlo a infilarsi la sciarpa gialla e verde della mia squadra e a farsi fotografare.
Potendo scegliere, a essere sincero, avrei preferito Sean Fitzpatrick, capitano degli All Blacks dal 1986 al 1997. Perché Sean era un tallonatore, uno nato per soffrire, per espiare sulla terra ogni suo peccato, uno abituato a portarsi sulla schiena tutto il peso della sua mischia e di quella davanti. Invece Carter è un mediano d’apertura, il regista della squadra, potenza ed eleganza, classe e calzoncini puliti. E poi, chissà perché, i mediani di apertura sono tutti belli. Wilkinson, Dominguez, eccetera, gente che ha sempre mietuto punti e infranto cuori. Bleah. Dan Carter non fa eccezione.
Però è qui. E insieme a lui ci sono altri tre angeli neri venuti dagli antipodi: Zac Guilford, Jimmy Cowan e Luke McAlister. Da vicino sono meno grossi di come sembrano in televisione. Però hanno l’aria sana e dura come dei sassi. Sono neozelandesi, e in quanto tali gente di pochi dubbi. Ma Cowan ha, se lo guardi bene, un residuo di acne giovanile. E quando gli chiedo come ci si sente ad essere un All Black mi risponde: «Hai la sensazione di essere in un sogno. E la certezza che ci sia qualche migliaio di tuoi connazionali che vive per fregarti il posto».
Probabilmente è da qui che bisogna partire se si vuole capire perché sabato ci rulleranno senza pietà. A questi ragazzi non basta essere arrivati a infilarsi la maglia nera con la felce d’argento. Il problema è che vogliono continuare a indossarla, il più a lungo possibile. Un All Black vorrebbe giocare fino a un secondo prima dell’estrema unzione. E sa che invece ogni passaggio sbagliato, ogni placcaggio troppo dolce avvicina il momento in cui un altro ragazzino da novanta chili di Christchurch o Auckland gli porterà via il posto. Sono degli All Blacks, sono programmati per combattere e per vincere. Per questo avevo sempre dubitato che esistessero davvero e che quello che vedevo in campo o in televisione fosse un ologramma prodotto dalla mia fede. Invece esistono, sono qui a Milano, sabato ci batteranno. E io ne ho toccato uno.