«Sogno uno Stabile che conquisti i giovani e faccia vera cultura»

(...) Un amore per il teatro, il suo, nato con gli studi classici e diventato parte integrante di una cultura umanistica alla base della sua formazione. Ex-Presidente del Consiglio provinciale ai tempi di Marta Vincenzi, ha fondato il Dipartimento regionale testa-collo, il primo integrato università/ospedale creato in Liguria. Dunque anche un manager, non solo un uomo di scienza, al timone di una struttura che ha appena concluso una stagione molto positiva.
In presenza di due direttori forti come Repetti e Sciaccaluga, qual è il ruolo del Presidente? Solo di facciata?
«Assolutamente. Prima di tutto è il legale rappresentante del teatro, poi costituisce in perfetto accordo con la Direzione un punto di incontro con la società e nel caso mio, avendo alle spalle un'esperienza politica, anche con le istituzioni».
Pensa di apportare cambiamenti?
«Chiunque opera all'interno di una struttura di questo tipo partecipa inevitabilmente ai suoi cambiamenti. Tutto è perfettibile, a cominciare dai rapporti con la città. Sebbene il teatro vada benissimo, è indubbio che non solo qui ma a livello nazionale c'è il problema di un nuovo pubblico. Abbiamo una forte percentuale di giovani tra i nostri spettatori, credo raggiunga il 25%, il che non è poco, ma dobbiamo stimolare il loro interesse ancora di più».
A Genova non ci sono troppi teatri?
«Credo sia stato Dickens parlando della nostra città ad affermare di essere rimasto sorpreso dal numero dei teatri, una tradizione e una qualità che spicca a livello nazionale. È chiaro che la presenza di così tante sale richiede anche un'integrazione dei ruoli che ciascuno deve scoprire all'interno di se stesso e della propria attività».
Non mi sembra però che tra di voi ci sia molta voglia di collaborare.
«Perché, a Genova esiste forse una collaborazione tra le varie istituzioni? È una caratteristica cittadina, per tradizione conviviamo con il mugugno e il contrasto. Non dimentichiamoci che siamo stati una delle prime repubbliche, non abbiamo una consuetudine di gerarchie fisse ma piuttosto di dibattito».
Quanto pesano i tagli apportati al Fondo Unico dello Spettacolo?
«Non pesano tanto su quello che si sta facendo ma su quello che si vorrebbe fare. Trovo che il Teatro di Genova per ruolo e importanza nazionale dovrebbe essere un punto nodale della cultura molto di più di quanto già non sia adesso. La differenza tra noi e il Piccolo di Milano sta nel rapporto di sponsorizzazione con i privati».
Cosa ci ha lasciato il 2004?
«La grande responsabilità di mantenere i risultati che si erano ottenuti grazie ai finanziamenti straordinari che lo avevano accompagnato. Il desiderio, cioè, di perseguire obiettivi che chiaramente non possono essere collocati nell'ambito di un progetto di questo tipo ma che devono per lo meno mantenere la dignità e l'importanza culturale di quelli che sono stati effettuati».
Però adesso dobbiamo camminare soltanto con le nostre gambe…
«Si spera non da soli, ma con un impegno preciso da parte della città. Genova non deve pensare soltanto al Carlo Felice ma anche al teatro di prosa, data la sua importanza e il suo peso».
Di cosa ci sarebbe bisogno, culturalmente?
«Sento la mancanza di un vero impegno della borghesia. Spesse volte vengono privilegiate le forme di cultura non dico più semplici ma più gradevoli. Probabilmente è anche colpa dei tempi, oggi la gente è abituata a guardare la televisione, al massimo può andare a vedere qualche film impegnato ma già il teatro richiede un'attenzione diversa. Ci vuole più impegno, un impegno che deve essere promosso fin dall'età scolastica».
Come vede il futuro del teatro?
«La risposta si collega al discorso di un nuovo pubblico che facevo prima. Oggi siamo abituati a vedere immagini piatte, quelle della tv o del cinema, ma non la dimensione tridimensionale. Sembra strano ma la realtà è meno reale del virtuale e quindi è importante che il nuovo teatro sappia percepire anche queste diverse modalità di fruizione dell'immagine e del racconto. È chiaro che ci dovranno essere interscambi tra le varie arti ma è altrettanto chiaro che il teatro come nessun altro conserva, nella rivisitazione delle cose che pur provenendo dall'antico sono ancora attuali, una modernità assolutamente sconvolgente. Ci dicono molto più sull'uomo certi testi dell'antica Grecia o del Cinquecento inglese di tanti sforzi contemporanei anche volenterosi. Il teatro ha un'importanza così fondamentale nel ruolo della comprensione dell'essere umano che inevitabilmente ne giustifica il futuro».