«Il sogno è vedere in pista un quintetto meneghino»

«Mi devo difendere dalle mie vittorie».
Il conte Alvise di Canossa, plenipotenziario dei Vipers, ha quasi sempre stampato il sorriso di chi sta bene. Ce l’ha un po’ ovunque, spesso anche in faccia. È il protagonista principale di una delle accuse più curiose che possano girare nel mondo dello sport, quella di continuare a vincere troppo, e lui abbastanza serio risponde che se decidi di prendere una squadra di Milano non hai alternative: «Questa città ti obbliga a vincere, se proponi un profilo di basso livello sei timbrato. Ma io sono anche fortunato, l’hockey resta uno sport minore in un ambito economico sostenibile. Difficile che mi svegli di notte con in testa il bilancio della squadra».
Poi spiega anche a chi deve veramente la sua fortuna: «Al fatto di venire da fuori». La maggior parte di noi era convinta che la sua fortuna fosse di essere un nobile, e quindi di avere un portafoglio a fisarmonica: «No, no, la vera fortuna è stata quella di venire dalla provincia e poi essere stato catapultato in una metropoli come Milano. Credo che chi c’è nato non riesca più a valutarne le potenzialità, non si accorge dei cambiamenti. Nel ’75 ho lasciato Bologna, la vivibilissima Bologna di quegli anni, e sono entrato in Saima. Avevo già lasciato il Garda, una realtà agricola, ho fatto tutto nei tempi giusti, non so quanto siano stati voluti, comunque a qualcosa mi è servito. Ho visto la borghesia milanese ritirarsi pian piano, aveva sostenuto Milano negli anni del boom e ora non c’è più, lo si vede anche in ambito sportivo, le famiglie Moratti, Berlusconi... poi il vuoto».
Il conte ha quel sorriso ma non è uno che si sta entusiasmando troppo, non gli garba molto quello che ha fatto la federazione ghiaccio in questi anni, neppure che i palazzetti gli siano spariti sotto gli occhi senza scoprire chi fosse l’assassino e anche quella saccenza delle valli che non perdono occasione per ricordargli che l’hockey buono è il loro, tradizione e cose del genere: «Potrei citare la lista delle trappole che mi sono trovato sulla strada da quando ho preso in mano la squadra, ma non mi piace. C’erano il Piranesi, il Forum, il Saini, l’Agorà e una federazione che mi stendeva tappeti per far tornare Milano nell’hockey. Mi incolpano di continuare a vincere, credo sia l’unico obiettivo al quale non riuscirò mai a rinunciare. Magari ci provo con una squadra di tutti milanesi, li tiriamo su e vediamo. Sono ricco e posso permettermelo? Affatto, chi controlla i budget sa che il nostro è identico a quello delle valli, Cortina, Asiago, Alleghe, scusate se non ho una gran voglia di andarmene».