Dal sogno di Walter allo scontato risveglio

Mettendo il dito nella piaga, Arturo Parisi ha ammesso che essendo stata per la sinistra una sconfitta politica e non elettorale, quella del 13 aprile deve ritenersi una «sconfitta storica». In effetti, dal 1945 la sinistra non aveva mai subito sconfitte politiche. Poteva perdere le elezioni, come quasi sempre è avvenuto, ma la sua politica è sempre stata «forte» e influente, tale da suscitare nella destra un intimorito rispetto. Cosa è intervenuto a rompere l'incantesimo? Non può essere stata tutta colpa di Prodi anche se ne ha tantissime. E come mai un politico capace e furbo come Veltroni ha portato proprio lui la sinistra alla prima catastrofica sconfitta politica? Dove ha sbagliato?


Nel sottovalutare Berlusconi e nel sopravalutare se stesso e la sua visione politica elegiaca, affidata alla suggestione delle formule verbali più che alla concretezza di un progetto. Il veltronismo, caro Liberati, è politicamente asfittico perché traeva linfa da una fallace proiezione sociologica e cioè che non esiste, non può razionalmente esistere, altra Italia che non sia quella cesellata, tra una Notte bianca e una passerella di divi hollywoodiani, nel loft di Piazza Sant’Anastasia. Luogo deputato al pensiero «giusto». Illuminato. Infallibile. Da questo assunto ne consegue che solo accidentalmente, per una di quelle mattane che ogni tanto frastornano i ceti meno vigili, meno presenti e culturalmente deboli, è baluginata un’altra Italia, quella che si riconosce in Silvio Berlusconi. Ma essendo il risultato di un abbaglio, di una ciucca collettiva, passata la sbornia quell’Italia era destinata a rientrare nei ranghi e Silvio Berlusconi a scomparire senza lasciare traccia. A queste conclusioni Walter Veltroni non c’è arrivato da solo, ma vi è stato indotto, potremmo dire quasi costretto, dal circolo di intellettuali, giornalisti ed esponenti della società civile che dopo averlo lanciato in orbita con un martellante marketing mediatico, pretesero (e ottennero) di indirizzarne e il pensiero e l’azione.
Sta di fatto che fino all’alba del 13 aprile scorso, il «brain trust», il pensatoio di Veltroni e di conseguenza Veltroni medesimo, davano per certo che l’era Berlusconi fosse al termine (la famosa «rimonta» del Partito democratico) o stesse esalando l’ultimo respiro (il famoso «pareggio» che sarebbe poi stato sbandierato come il trionfo della sinistra). Proprio sul numero in edicola di Panorama è riportato, nella rubrica «Perline», quanto scriveva nel giugno del 2006 un esponente del pensatoio veltroniano, nonché autorevole politologo, attento analista della società italiana e penna di rango della Repubblica, Curzio Maltese: «L’epopea del berlusconismo si è compiuta in cinque anni del governo ed è difficile se non impossibile immaginare il ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi». Difficile se non impossibile. Se questa era, come era, la convinzione comune nel loft e dintorni, perché scervellarsi per stendere un programma politico originale, concreto, da contrapporre a quello della Casa delle Libertà? Alla quale l’elettorato avrebbe in ogni modo voltato le spalle? Tanto valeva dilettarsi nel pizzicare l’arpa del «We can», del tutto si può fare e tutto può cambiare, della discontinuità sostenibile, dei groppi in gola e del ciglio umido, della leggiadra svenevolezza al potere, dell’«ho un sogno» e anzi tanti, tanti sogni. Poi è seguito il risveglio.