La sola strategia di Epifani: restare in sella fino al 2009

Ieri è iniziato il confronto tra sindacati e Confindustria sul nuovo contratto nazionale. Da parte di Cgil-Cisl-Uil (e Ugl) aperture importanti sulla durata degli accordi e sulla semplificazione dei soggetti (oggi sono infiniti i tipi di contratto). Però nel sindacato c’è chi si chiede se dalla trattativa si uscirà con una lira in più o in meno, mentre Emma Marcegaglia vuole capire quanto serve ogni parte dell'accordo e quanto costa («non siamo fessi» dice).
Si cerca la via per incrementare produttività e distribuire nuovo reddito a lavoratori i cui salari sono cresciuti male in questi anni. Le imprese hanno interessi articolati (nelle piccolissime gli accordi regionali funzionano, le più grandi non reggono tre livelli di contrattazione). Il punto più debole è la Cgil: divisa tra settori come chimici e tessili aperti alla cogestione di flessibilità e produttività, e metalmeccanici dalla rigida impostazione egualitaristica. Alle contraddizioni tra categorie corrisponde un vertice in crisi. Sergio Cofferati - erede dell'accordo del '93 salva-Italia e rallenta-retribuzioni fatto con difficoltà da Bruno Trentin - cercò prima di modernizzare «di nascosto» le relazioni industriali mantenendo la centralità della Cgil poi, sentendosi tradito da Massino D'Alema e Cisl, si lanciò in battaglie massimaliste direttamente politiche. Dopo è arrivato Epifani, leader debole, ex socialista, di mediazione tra due ex Pci, il riformista Giuseppe Casadio e il più radicale Paolo Nerozzi. Epifani s'accordò con Prodi e Montezemolo per ridistribuire reddito a lavoro e imprese, tartassando i ceti medi. Un disastro. Oggi la Cgil è senza strategia: il suo congresso chiedeva pensioni preriforma Maroni e lotta alla Biagi. È nel dimenticatoio. Gli ultimi accordi sono sull'onda dell'emergenza, senza riflessione strategica. Come spiega il duro Gianni Rinaldini (Fiom Cgil) invece di discutere di linea, si manovra sull'inquadramento. Così Epifani spera di stare a galla fino al 2009 quando, grazie al rapporto stretto con Walter Veltroni, conta di diventare parlamentare europeo. Ora, come tutti i disperati invoca l'assedio del nemico per garantirsi l'unità interna. Ma i tempi sono difficili. Vuole promuovere Susanna Camusso, ex Psi come lui e con poche esperienze di direzione, presidiare i «pensionati» (metà della confederazione) con Carla Cantone, dividere il pubblico impiego puntando su Enrico Panini (Cgil scuola) contro il più potente Carlo Podda (Fp Cgil), contenere l'emergente Valeria Fedeli (tessili) contrapponendole un altro riformista Agostino Megale (Ires).
Nessuna rinnovamento, nessun quarantenne alle viste. Intanto intorno a un quadro emiliano (gli «emiliani» sono da sempre punti di «equilibrio» nella Cgil), già Tlc, Fulvio Fammoni, si definiscono rapporti di forza per limitare le frenesie da «inquadramento». Comunque oggi non ce la si cava con giochini di stanche nomenklature. Serve una linea chiara per una nuova leadership. C'è chi si chiede se per il successore di Epifani, non sarebbe il caso di pensare a delle primarie.