Solana a Teheran per risolvere la crisi nucleare

Il sottosegretario Usa David Welch: «Vogliamo una via su base negoziale»

Gian Micalessin

La vera partita incomincia adesso. L’Iran - che fino a venerdì rifiutava gli incentivi europei senza neppure conoscerli - attende nelle prossime ore l’arrivo a Teheran del rappresentante della politica estera dell’Ue, lo spagnolo Javier Solana, e si dichiara pronto a un dialogo. Il capo della diplomazia europea porta con sé il dossier top secret approvato a Vienna dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza e dalla Germania (il cosiddetto 5 + 1). Nell’attesa lo stesso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sembra rettificare il tiro. Dopo aver sparato a zero sulle sconosciute proposte europee per tutta la giornata di venerdì, ieri ha cambiato atteggiamento e ha ammesso, in una telefonata notturna con il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, la possibilità di una svolta.
«Una via d’uscita per risolvere i problemi mondiali, tra cui anche quello del nucleare iraniano, consiste in un’equa applicazione della legge per tutti, senza precondizioni o minacce»: le parole del presidente, secondo la consueta logica iraniana, significano che Teheran si considera legittimata, avendo firmato i trattati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), a perseguire la scelta nucleare e i processi d’arricchimento dell’uranio. Ma nello spartito meno intransigente adottato da Ahmadinejad qualcuno vi legge una disponibilità a valutare le offerte europee.
Altri segnali di un ammorbidimento iraniano arrivano dal ministro degli Esteri Manoucher Mottaki a cui Javier Solana consegnerà, forse già oggi, il pacchetto d’incentivi. «Stiamo aspettando la consegna ufficiale della proposta, ci esprimeremo soltanto dopo aver studiato a fondo quei documenti», sostiene il ministro, allineato nei giorni scorsi sulla linea ufficiale del rigetto preventivo. «Se vi sarà buona volontà le nostre idee contribuiranno a completare le proposte e garantiranno agli occidentali una via d’uscita dalla situazione che loro stessi hanno creato», ha spiegato alla televisione iraniana Mottaki. Teheran, insomma, sembra ora molto più interessata a quelle proposte. Soprattutto se connesse all’offerta americana di colloqui diretti.
Se gli incentivi sono vantaggiosi, come si mormora, e se gli americani sono disposti a dialogare, come dicono, Teheran potrebbe anche ritener interessante una prova. Soprattutto se riuscirà a strappare una pausa negoziale senza smantellare, come pretendono gli americani, le catene di centrifughe assemblate per condurre gli esperimenti di arricchimento dell’uranio. Limitandosi a non rifornire le centrifughe e mantenendole magari sigillate sotto il controllo dell’Aiea, l’Iran sfuggirebbe a una risoluzione del Consiglio di sicurezza e a eventuali sanzioni mantenendo inalterate le proprie potenzialità nucleari.
Forse proprio a questo scenario punta Mottaki. Pretendendo negoziati senza precondizioni», il ministro degli Esteri avvia insomma trattative per la ripresa dei colloqui. Una scappatoia assolutamente vantaggiosa per sfuggire al voto del Consiglio di sicurezza mentre anche Russia e Cina sembrano pronte ad abbandonare Teheran. Gli Usa, anticipando le intenzioni iraniane, hanno già fatto sapere che non vi sarà molto tempo per rispondere alle proposte e che tutto dovrà concludersi «non nell’arco di mesi, ma al più tardi in qualche settimana». Anche perché assieme agli incentivi sono state messe a punto le punizioni. Tra queste vi sarebbe anche un pacchetto di congrue sanzioni pronte a venir votate, o comunque non sottoposte al rischio di un veto russo o cinese.
Da quel che si è capito - nonostante la segretezza in cui si sono svolti gli incontri di Vienna - la risoluzione contenente le sanzioni diplomatiche ed economiche non farebbe alcun riferimento a quel capitolo sette del trattato dell’Onu che prevede anche il ricorso all’uso della forza in caso d’inadempimento. Proprio questa limitazione avrebbe permesso agli Stati Uniti e ai loro partner europei di conquistare l’appoggio della Russia e di smussare la contrarietà di Pechino. A spronare gli iraniani a fare la «scelta giusta», sottolineando come gli Stati Uniti «non smanino per un’opzione militare», è intervenuto ieri il sottosegretario di Stato per il Medioriente, David Welch. «Vogliamo un successo della via diplomatica e non desideriamo null’altro», ha detto Welch in una conferenza stampa nel Kuwait.