Soldati americani via dall’Irak nel 2011

Approvato il piano di ritiro. A giugno del prossimo anno i militari dovranno abbandonare
le città irachene e rimanere nelle basi fuori dai centri abitati

Washington - Ancora tre anni, poi tutti a casa. Il premier iracheno Maliki ce l’ha fatta. Dopo un anno di trattative con gli americani e snervanti negoziati con le diverse componenti sciite del suo esecutivo, ha ottenuto il via libera al piano che fissa date certe per il ritiro americano, ma garantisce la presenza delle truppe statunitensi tre anni oltre la fine del mandato Onu in scadenza il prossimo 31 dicembre. Dopo una riunione durata due ore e mezza Nouri Al Maliki ha raccolto i voti di 27 dei 28 ministri presenti garantendosi - nonostante l’assenza di dieci esponenti - l’indispensabile maggioranza di due terzi. Il primo ministro contava comunque sul sì dei 19 ministri che fanno capo alla coalizione sciita e ai partiti curdi.
Per terminare l’opera il premier deve ora far ratificare il documento dal Parlamento. Se tutto filerà liscio e l’assemblea rispetterà la decisione del governo, il 24 novembre l’accordo sarà definitivo e richiederà solo la cerimonia della doppia firma alla presenza del presidente americano George W. Bush. A quel punto il calendario sarà chiaro e immodificabile e non vi sarà più bisogno di un voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per estendere il mandato che limita la presenza americana al 31 dicembre.

La prima fase dell’addio all’Irak scatterà il 30 giugno 2009 quando i soldati americani abbandoneranno le città irachene e si ritireranno in una serie di grandi basi esterne ai centri abitati. Da lì usciranno solo per termine missioni concordate con il governo iracheno o per pattugliare le zone circostanti. Questa presenza limitata cesserà definitivamente alla mezzanotte del 31 dicembre 2011 quando l’ultimo militare americano abbandonerà il Paese. «Il ritiro totale sarà completato entro il 31 dicembre 2011. Questa data è specifica e definitiva e non dipenderà dalle circostanze sul terreno», ha chiarito il portavoce del governo Ali al-Dabbagh. Secondo il capo negoziatore, Muwafaq al-Rubaie il documento, «garantirà la completa, piena e irrevocabile sovranità dell’Irak».

A spianare la strada al piano di sicurezza ha contribuito il cruciale consenso di Alì Al Sistani, il grande ayatollah considerato la massima autorità spirituale dagli sciiti iracheni. «Chi si oppone a questo accordo non propone alcuna alternativa, rispettiamo la loro posizione, ma appoggiamo la decisione della maggioranza», avevano detto sabato i suoi portavoce annunciando l’impegno del leader religioso a rispettare la decisione del Parlamento e del governo. Il sì di Sistani delegittima anche Moqtada Sadr, il leader dell’ala sciita più intransigente che, parlando dall’Iran dove soggiorna da tempo, ha negato il valore dell’accordo invitando i suoi sostenitori a scendere in piazza per contestarlo. Moqtada Sadr ha anche annunciato la formazione di una nuova formazione militante per riprendere la lotta agli americani.

L’accordo è stato preceduto da un’interminabile trattativa con Washington facilitata nella sua fase finale dalla vittoria democratica nella corsa alla Casa Bianca. Sfruttando il «fattore Obama» e le promesse di un rapido ritiro iracheno in vista di un maggior impegno in Afghanistan, Al Maliki ha ottenuto non solo la definizione di date chiare ed improrogabili ma anche l’inserimento di due clausole politicamente assai importanti per l’opinione pubblica irachena. Il nuovo accordo garantisce infatti l’arresto, la detenzione e il processo, in base al codice iracheno, per i reati commessi dal personale militare americano fuori servizio. La clausola è puramente formale perché nessun militare americano trascorre licenza o tempo libero al di fuori delle basi, ma garantisce ad Al Maliki un apparente successo da spendere sul piano interno. Una seconda clausola prevede la creazione di una commissione iracheno americana incaricata di approvare eventuali ispezioni sugli aerei o sui convogli americani in entrata e in uscita dal Paese.

Circa un’ora dopo l’approvazione dell’accordo un kamikaze alla guida di un’autobomba si è fatto esplodere nella provincia di Diyala e ha ucciso 15 persone, tra cui 7 poliziotti.