Soldati etiopici in Somalia per fermare gli islamici

Le milizie fondamentaliste dichiarano «la guerra santa contro gli invasori», ma fermano la loro avanzata

Fausto Biloslavo

Truppe etiopiche sono penetrate in Somalia per fermare i miliziani delle corti islamiche avanzati pericolosamente verso Baidoa, la sede del governo provvisorio riconosciuto dalla comunità internazionale.
Nonostante le smentite ufficiali di Addis Abeba il conflitto nel Corno d’Africa potrebbe riesplodere con virulenza ed espandersi all’Etiopia. L’Eritrea, nemica giurata degli etiopici, ha fornito armi ai fondamentalisti che sono riusciti a conquistare Mogadiscio ed ampie fette della Somalia. Addis Abeba appoggia il debole esecutivo di Baidoa e combatte una guerra clandestina contro i ribelli Oromo, di matrice fondamentalista, rifugiati in Somalia ed alleati, armi in pugno, delle corti islamiche.
Ieri una colonna con almeno 150 militari di Addis Abeba ha varcato il confine raggiungendo Baidoa, dove oltre all’esecutivo si è insediato il parlamento provvisorio scaturito nel 2004 dopo lunghe trattative di riconciliazione nazionale che si svolsero in Kenya con l’avallo della comunità internazionale. L’obiettivo principale della colonna etiopica è stato quello di isolare le linee telefoniche di Baidoa, compresi i cellulari. La città e le stesse istituzioni provvisorie sono infiltrate da informatori delle corti islamiche o simpatizzanti degli estremisti.
Da Addis Abeba i portavoce del governo continuano a negare l’evidenza: «Non c’è un solo soldato etiopico sul suolo somalo». Invece si sospetta che l’Etiopia abbia già infiltrato in Somalia dai 2000 ai 5000 uomini, mentre altri 20mila militari sono pronti ad intervenire a ridosso del confine. L’“avanzata” su Baidoa documentata da un collaboratore della Bbc e dalla Misna, l’agenzia missionaria ben informata sull’Africa, è anche una dimostrazione “muscolare” che l’Etiopia non permetterà agli islamici di marciare sulla città. Poche ore prima gli etiopici avevano fatto sapere che avrebbero «polverizzato qualsiasi attacco contro il governo provvisorio» da parte dei fondamentalisti. La risposta di alcuni comandanti della fazione estremista delle corti islamiche è stata la dichiazione di «guerra santa contro gli invasori».
L’esecutivo etiopico, pur essendo composto anche da ministri musulmani, viene visto dai somali amici di Al Qaida come un baluardo “crociato”, ovvero cristiano, che va combattuto in nome del Jihad nel Corno d’Africa propagandato dallo stesso Osama bin Laden nei suoi ultimi messaggi.
«Due giorni fa siamo arrivati a un passo dallo scontro, dopo che un gruppo di miliziani delle corti islamiche erano avanzati fino a sessanta chilometri da Baidoa» spiega al Giornale Yusuf Bari Bari, rappresentante del governo somalo presso l’Unione europea. Un centinaio di tecniche, le micidiali fuoristrada con cannoni senza rinculo o mitragliatrici pesanti montati sul cassone posteriore, avevano raggiunto la città di Buur Hakaba, pericolosamente vicino a Baidoa. Li guidava lo sceicco Mukhtar Robow, alleato di Hassan Dahir Aweys, presidente del parlamentino delle corti islamiche a Mogadiscio, ricercato dagli americani per terrorismo e considerato il capo dei falchi che punta alla “guerra santa” regionale. Robow, originario di Buur Hakaba, voleva dare il benvenuto, fra le file delle corti, alla guarnigione locale che ha disertato accusando il governo provvisorio di non pagare gli stipendi dei soldati. In realtà il salto del fosso nasconde una dei complessi scontri di interessi fra clan, che hanno sempre dominato la crisi somala.
Dopo la dimostrazione di forza i miliziani islamici si sono ritirati, ma il presidente provvisorio Abdullah Yusuf ha denunciato che «le corti puntano a conquistare Baidoa e Kisimaio», altra città strategica nel sud della Somalia.
Secondo fonti somale che preferiscono mantenere l’anonimato «la mossa azzardata di avanzare verso Baidoa fa parte della vecchia logica di conquista del territorio per presentarsi più forti al tavolo delle trattative». Non a caso i negoziati fra governo e corti che si tengono a Khartoum, la capitale sudanese, fortemente sponsorizzati dalla Lega araba e dalla comunità internazionale, con in prima fila l’Italia, dovrebbero riprendere sabato.