Soldati, io e l’americana... come in un suo racconto

Una mattina verso le dieci, ormai tanti anni fa, suonò il telefono in casa mia e ne venne fuori la voce inconfondibile, festosa e stridente, suadente e imperiosa, di Mario Soldati. Rimasi molto sorpreso, non avevo mai avuto occasione di conoscerlo di persona, e io allora ero un giovane autore, lui un vecchio grande maestro e una vera celebrità. La ragione della telefonata si rivelò subito stravagante. Si trattava di dare una mano a una giovane sedicente giornalista californiana, che intanto si era stabilita a Positano, a scrivere un libro sulla Liguria, la «regione regina» dove Soldati aveva scelto di vivere. La californiana, una simpatica tarda hippy, snob e avventuriera, venne subito a trovarmi, anzi si stabilì a casa mia, arrivando direttamente da San Francisco a Capo Berta con provviste di avocados e di tacos per fare il guacamole.
Insieme, cominciammo ad andare a Tellaro a trovare il maestro nella sua villa dal giardino confinante col mare. Fu così che sprofondai nel bel mezzo di un racconto di Soldati, perché le vicende della californiana, il libro che doveva scrivere - e che naturalmente non vide mai la luce -, il suo divorzio drammatico, i suoi amori leggeri, il suo rapporto folle col denaro, la sua passione per i vini e i grandi ristoranti, tutto sembrava frutto di invenzione della sua immaginazione e della sua penna. Invece era realtà. E per me fu una lezione straordinaria di vita, una memorabile stagione di amicizia: ecco, avevo finalmente trovato uno scrittore da cui imparare a vivere da scrittore, e non da malinconico burocrate delle lettere.
Nato nel 1906, quando cominciai a frequentarlo io Soldati avevo ormai ottant’anni. Ma era fresco, vivace, appassionato, ironico, sorprendente più di qualunque ventenne. Aveva alle spalle la sua carriera di regista, le sue proverbiali inchieste televisive, e alcuni dei più grandi romanzi e racconti del Novecento italiano, oltre ai più bei diari mai scritti nella nostra lingua. Le lettere da Capri, La busta arancione, Lo smeraldo... E stava continuando, con una prolificità miracolosa, a scrivere capolavori, tra cui El Paseo de Gracias. Ero da lui il giorno che, dopo infinite insistenze, ottenne da Gian Arturo Ferrari, allora direttore editoriale della Rizzoli, di mantenere quel titolo in fondo un po’ ostico. Ricordo che mi venne incontro festante, felice: «È il più bel giorno della mia vita», mi urlò. E io cominciai a ridere, a ridere senza più fermarmi.
Era sempre così, Mario, esagerato e lucido, enfatico senza retorica, paradossale e imprevedibile. Giocava a tramortire la californiana quando lo chiamava, dicendole che stava facendo l’amore con la segretaria. E lei a me strabuzzando gli occhi: «Giusepi, come mai gli uomini italiani hanno la moglie e altre donne?» E io, alzando le spalle: «Cosa vuoi, è l’Europa...». Sbalordiva gli ospiti pretendendo che il cane Tremolo desse loro la mano, pardon la zampa, o facendo sventolare nel suo giardino lo stendardo di San Giorgio, gloria della Sereniscima Repubrica di Zena. Non si aveva mai il tempo di annoiarsi, con Mario. Ti cacciava in discussioni futili e meravigliose, con un gusto che gli veniva in parte da una certa torinesità satireggiata da Fruttero e Lucentini, in parte da una personale, irripetibile stravaganza: un giorno se il formaggio grana dovesse tagliarsi con le mani (sic) o con un coltello e con quale, un giorno se la «e» del nome del protagonista del celeberrimo racconto di Stevenson, Jekyll, non dovesse piuttosto pronunciarsi come una «i». Mi sembra di sentirlo ancora strepitare: «Jikyll, si dice Jikyll...».
Un giorno venne a trovarmi con il suo autista, e volle che proseguissimo noi tre, senza presenze femminili, a visitare la Valle dell’Argentina, una gola che sale sino a Triora, il paese delle streghe. Decantò i paesaggi aspri, romantici, il cielo luminosissimo, e, con un passaggio logico che non ho mai capito, mi disse che tutto quello lo induceva a farmi una confessione. E mi parlò di una parte nascosta della sua vita sessuale, ben dissimulata anche in certi libri, con leggerezza, gioia, apertura al diverso e un fondo dolce di senso del peccato. Lo portai in un ristorante che passava per il migliore della vallata. L’oste improvvido non aveva nella carta nessun vino ligure, né il Rossese, né l’Ormeasco, né il Pigato, né il Vermentino. Mario la prese come un affronto personale. Cominciò a urlare, inveire, minacciare. Poi d’incanto, verso la fine del pasto, tutto gli passò. Uscì appoggiandosi al suo bastone, il suo berretto con la visiera in testa, cantando arie di opere liriche, felice come un bambino.
Lo convinsi una volta a parlare in pubblico sul tema «Eros e letteratura». Peccato che nessuno abbia registrato quella sua conversazione teatrale ed esilarantissima, con un Petrarca spiegato attraverso l’abitudine della masturbazione («Io son sì stanco sotto il fascio antico /de le mie colpe e de l’usanza ria»). Parlava all’aperto, era notte fonda, e chiese una scialle nero per coprirsi le spalle. Finì con un gesto e un saluto commosso al pubblico: «Ricordatevi di me, quando non ci sarò più...» e poi subito, piegato verso di me, a microfono spento: «'nduma a mangé». Andiamo a mangiare.
Caro Mario, eri avido di cibo terreno e di cibo celeste. Eri gesuitico e sensuale, limpido e torbido, egoista e fraterno. Non parlavamo spesso di letteratura. C’erano sempre amici, viaggi, avventure che avevano il sopravvento. Ma quelle volte che mi desti dei consigli letterari, furono per me preziosi e decisivi. Come tutti quelli che ne hanno, non parlavi mai di stile. La tua prosa è un esempio supremo di chiarezza e di sinuosità, e se certa critica ha preferito a lungo perdersi in masturbazioni neppure petrarchesche su autori che non ti arrivano al ginocchio, peggio per lei. A cent’anni dalla tua nascita, vecchio Scorpione, caro Mario, un saluto riconoscente.