Soldati italiani dimenticati e inutili in un Libano pronto a riesplodere

Hezbollah si riarma e i caschi blu, con le mani legate, sono costretti a fare posti di blocco fasulli. L’Unifil ammette: seduti su una polveriera

Fausto Biloslavo

I caschi blu italiani in Libano sono finiti nel dimenticatoio, ma sul terreno lo stesso comandante della missione Unifil ammette che l’area potrebbe riesplodere da un momento all’altro. I soldati italiani, come tutto il contingente Onu, hanno le mani legate sia con gli Hezbollah sia con gli israeliani. Non sono autorizzati a perquisire veicoli sospetti e tantomeno abitazioni, quindi figuriamoci se possono andare a cercare gli arsenali che i miliziani sciiti hanno già ricostituito. Il compito di disarmare gli Hezbollah spetterebbe all’esercito libanese, ma una fonte del Giornale sul posto ammette che «esiste un tacito accordo con il Partito di dio. Loro non mostrano le armi e i soldati non le vanno a cercare».
Il risultato è che gli italiani non devono mettere in piedi neppure un posto di blocco, perché altrimenti rischierebbero di fermare qualche carico sospetto. Allora è stata coniata la denominazione di «static point» al posto di check point, ovvero un posto di controllo statico, più che altro visivo, che non ferma nessuno.
Ogni settimana atterrano in Siria degli Antonov provenienti dall’Iran con nuove scorte di missili e tecnologie destinate ai miliziani sciiti del Libano. A Cipro è stata bloccata una nave che secondo le carte di bordo trasportava frigoriferi diretti in Libano, ma in realtà conteneva 18 camion con radar mobili per la contraerea e 3 veicoli con apparecchiature di controllo, in palese violazione della risoluzione 1701 dell’Onu. Inoltre il Partito di dio, per stessa ammissione di sheik Hasan Izz ad-Din, capo Hezbollah nel sud, ha ricostruito la rete di tunnel e bunker nel Libano meridionale, compreso un sistema di comunicazione protetto. Il materiale viene spesso mascherato come aiuti umanitari e Jihad al Binna, la costola per la ricostruzione di Hezbollah, ha ammesso di avere a disposizione 450 milioni di dollari per intervenire a sud del fiume Litani.
Il contingente italiano sta più che raddoppiando e sarà il più numeroso della missione Unifil. Il 20 novembre l’operazione Leonte dovrebbe contare su quasi 2.500 uomini sul terreno, in gran parte della brigata Pozzuolo del Friuli. Il cambio della guardia fra la forza anfibia di 1.000 uomini, il cui sbarco è stato altamente pubblicizzato, con il generale Paolo Gerometta comandate della Pozzuolo, è avvenuto l’8 novembre, ma in fragoroso silenzio.
All’inizio abbiamo avuto delle grane per ottenere i terreni dove costruire le basi, perché i proprietari, alcuni dei quali filo Hezbollah, temevano di non venir pagati dal governo libanese, che a sua volta riceveva i soldi dall’Onu. Per il campo di Bar’Achit, il sindaco Hezbollah non aveva alcuna intenzione di mollare il terreno ai francesi, poi gli è stato proposto l’insediamento dei soldati italiani e ha accettato considerandoli «amici». Con i francesi c’erano già state aspre proteste dei prefetti locali, perché i loro carri armati rovinavano le strade provocando grossi problemi alla viabilità. La brigata Pozzuolo ha portato i blindo Centauro, dipinte di bianco, che sono belle grosse, seppure ruotate e potrebbero creare intasamenti nelle strade strette del Libano meridionale.
L’idea di «italiani brava gente» è stata offuscata dalla notizia denunciata dalla stampa libanese di un furto, agli inizi di novembre, in un negozio di Hariss vicino alla base di Bint Jbeil. I responsabili sono due marò del reggimento San Marco, che entrando con altri commilitoni nel negozio, hanno approfittato della confusione per sottrarre alcuni articoli in vendita. L’esercente se ne è accorto e ha chiamato la sicurezza libanese. Il maltolto è stato restituito e i marò rimpatriati e indagati.
I veri problemi sono altri come ha spiegato in una recente intervista sulla stampa libanese il generale francese Alain Pellegrini, comandante della missione Unifil. L’alto ufficiale sostiene che la situazione potrebbe deteriorarsi rapidamente per varie cause: attacchi contro Israele, proseguimento dei voli di ricognizione sul Libano degli aerei di Gerusalemme, instabilità politica del Paese dei cedri e tensioni provenienti dai campi profughi palestinesi non molto distanti dalla zona controllata dagli italiani. Pellegrini ha inoltre dichiarato: «Il problema con Hezbollah è che non si sa mai con chi hai a che fare: che differenza c’è tra un combattente senza uniforme e un abitante del villaggio? Anche non armati continuano la loro attività e ci sorvegliano».