Il soldato Fassino costretto dal Pd a fare dietrofront

Ah, la propaganda, il male del nostro secolo. Un tempo il Pci ne era maestro. O meglio: era l’interprete perfetto delle tecniche di disinformazione e di manipolazione dell’opinione pubblica europea elaborate a Mosca dal Kgb; che operava in grande stile. E con ben altra efficacia rispetto ai colleghi della Cia. Storia vecchia, che ha lasciato tracce profonde in alcuni settori della società italiana come la scuola, l’editoria, la magistratura, il mondo della cultura, dove l’essere «di sinistra» ancora oggi è un prerequisito fondamentale per essere messi nei circoli che contano.
Piero Fassino si formò alla scuola del Pci. Ma evidentemente nel corso degli anni si è rammollito. Ha dimenticato certi insegnamenti (...)
e si è imborghesito. L’uomo che sognava la rivoluzione bolscevica è lo stesso che, ai tempi della vicenda Unipol, esultava al telefono come un bambino: «Abbiamo una banca!». E che ora non sa più comunicare.
Altro che post comunista, altro che scuola del Kgb. Fassino oggi sembra un democristiano d’altri tempi, sfuggente e timoroso. In 24 ore il responsabile esteri del Pd è riuscito a contraddire e a rinnegare se stesso sull’Afghanistan, in modo tanto goffo da usare quasi le stesse parole.
Fassino versione A domenica affermava, riferendosi alla proposta di La Russa di armare con le bombe i nostri aerei militari: «Sono favorevole a una profonda revisione della nostra politica». Naturalmente nell’ambito di un confronto serio: «Penso che il Parlamento debba discutere escludendo provvedimenti propagandistici che non servono per la sicurezza vera dei nostri militari e valutando attentamente i rischi di cui ha parlato il ministro».
Ieri mattina, però, si è svegliato un altro Fassino, versione B, che di buon’ora a Radio 24 tuonava: «Non sono utili misure propagandistiche o che espongano i nostri soldati impegnati in Afghanistan a rischi maggiori. Ritengo sia preferibile la conferma delle decisioni che fin qui sono state prese circa la dotazione di armamenti del nostro contingente».
Dunque: il «ministro» degli Esteri democratico domenica riteneva buona l’idea delle bombe sugli aerei e bollava come propagandistiche le obiezioni di chi la contestava o le proposte di chi suggeriva altre misure più estreme. Il giorno dopo esattamente il contrario: La Russa fa demagogia e chi lo contesta ha ragione.
Cos’è successo? In fondo nulla di davvero sorprendente. Una svolta vera, coraggiosa, non può durare che una notte se ad averla è un partito fragile, diviso, privo di una vera identità, ancora senz’anima. Un partito esposto alle correnti. E le correnti, si sa, sono rischiose. Provocano raffreddamenti, mal di gola, nei casi più gravi persino la polmonite. Tanto più in un autunno che annuncia elezioni anticipate.
Concordare con il governo Berlusconi, mostrando buon senso e lasciando prevalere gli interessi nazionali, non fosse che per proteggere le vite dei nostri soldati? E mentre a sinistra Di Pietro, i verdi, rifondaroli comunisti invocano il ritiro? Impossibile. Un’illusione. Anzi, un suicidio. Elettorale.
Ancora una volta, il Pd, di cui alcuni commentatori già elogiavano la maturità e lo spirito autenticamente bipartisan, ha dovuto inserire precipitosamente la retromarcia, non tanto per infastidire il governo di centrodestra, quanto per togliere spazio e visibilità ai partiti estremi e urlanti che si agitano alla sua sinistra. Magari con un occhio alla Lega, che da destra, chiede di «riportare a casa i ragazzi». Quella Lega che a Nord, persino in Emilia e in Toscana pesca nel bacino dell’ex Pci. E che con Di Pietro costringe Fassino e compagni a imbarazzanti giravolte. Con l’obiettivo non di guadagnare consensi tra gli elettori, ma di non perderli. In fondo si accontenta di poco.