Soldi ai partiti così si garantisce più libertà

Il finanziamento ai partiti non è solo una questione economica. Riguarda il rapporto tra cittadini e politica, il ruolo dello Stato e influisce sul sistema dei partiti.
La storia del finanziamento pubblico in Italia, dal 1974 ad oggi, insegna che il metodo seguito da trent'anni ha avuto più d'un effetto negativo. Ha prodotto la spirale dei costi della politica, ha reso dipendenti dallo Stato i partiti de-responsabilizzandoli, ed ha favorito la proliferazione e frammentazione di gruppi e gruppetti senza ragioni storico-ideali e privi di radici nel Paese.
Occorre perciò aprire finalmente un dibattito esplicito sugli obiettivi che si vogliono perseguire con il finanziamento ai partiti, togliendo la materia agli accordi semi-clandestini finora stipulati dagli amministratori di partito nel chiuso delle commissioni parlamentari.
Se si vuole continuare con i costi crescenti, con la de-responsabilizzazione e frammentazione dei partiti, non c'è che da seguire il metodo del tesoriere Ds Sposetti, il quale scambia l'articolo 49 della Costituzione sul diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla politica nazionale con l'obbligo dello Stato ad ingrassare la casta dei partitocrati.
La politica deve certo far fronte a costi notevoli vivendo in autonomia, ma non è difficile trovare una strada alternativa al sistema attuale che liberi la politica dall'immagine parassitaria. Occorre passare dal finanziamento generalizzato statalista al finanziamento volontario dell'attività politica.
Con questi obiettivi v'è un progetto da me elaborato insieme al professore Caravita che si basa su criteri semplici e realistici: 1) le erogazioni liberali sia di persone fisiche che giuridiche sono libere entro certi limiti; 2) ogni anno sono detraibili dalle tasse i contributi dati alla politica entro certi limiti; 3) i contributi possono andare a partiti, correnti, movimenti e articolazioni territoriali purché si tratti di soggetti iscritti in un registro nazionale in cui devono essere depositati statuti, nomi dei responsabili politici e amministrativi e rendiconti; 4) è fissato un tetto alle spese elettorali che ottengono un rimborso pubblico (vero, non come oggi) che però non può superare l'entità dei contributi volontari.
Così ogni cittadino potrebbe scegliere il partito preferito senza finanziare quelli che avversa. Tutti sarebbero invogliati a contribuire perché scaricherebbero le donazioni dalle tasse senza sottostare allo Stato. E il rimborso spese elettorale sarebbe limitato a quei partiti che superano una soglia minima.
Perché non provare un tale sistema ispirato alla libertà degli individui, di tipo misto privato-pubblico, che funziona non solo negli Usa ma anche in Germania e Inghilterra? Sarebbe una buona occasione per essere più liberi, più europei e meno stato-dipendenti.
Massimo Teodori
m.teodori@mclink.it